Smart beta per smorzare i rischi
Il prodotto SPDR S&P500 Low Volatility permette di cavalcare Wall street con un profilo di rischio nettamente inferiore.
I recenti sell-off di mercato hanno riportato con i piedi per terra anche gli investitori più aperti al rischio, sulla scia degli importanti scivoloni osservati su sottostanti ritenuti in precedenza resilienti a eventuali mutamenti di regime o cambio di umore. Quello attuale sembra il terreno più adatto per inserire in portafogli strumenti smart beta finalizzati a tagliare le code della distribuzione dei rendimenti di mercato, e le strategie che meglio si adattano a questo fine sono riconducibili a poche scelte. Coloro che si fidano dell’analisi fondamentale hanno ad esempio a disposizione sottostanti filtrati per la qualità delle società inserite in portafoglio, appunto il fattore Quality, mentre coloro che si fidano maggiormente delle statistiche possono optare sui prodotti minimum Variance o sulle strategie Low Volatility. Guardando ai rendimenti espressi negli ultimi tre mesi, le utile due strategie (dove l’obiettivo dichiarato è battere nettamente il mercato in fasi di negatività) hanno centrato gli obiettivi, più che dimezzando le escursioni al ribasso espresse dai benchmark a capitalizzazione senza filtro di volatilità. Ad esempio, un Etf legato al mercato azionario Usa con filtro sui titoli a bassa volatilità è in ribasso dal 9 ottobre ad oggi del 5% circa, rispetto alla flessione dell’S&P500 in euro superiore al 12%. In questa sessione approfondiamo le caratteristiche del prodotto SPDR S&P500 Low Volatility, finalizzato a sfruttare una posizione lunga sull’azionario Usa ma con profilatura in termini di rischio di mercato. L’indice S&P 500 Low Volatility è infatti disegnato per comporre un portafoglio dove compaiono le 100 azioni a minor volatilità (calcolata sull’anno precedente) all’interno del benchmark di riferimento, ovvero l’S&P500. Come sempre accade per queste strategie è quindi presente una forte riduzione della dimensionalità dei dati, in quanto ben 400 azioni su 500 vengono escluse dal portafoglio smart beta per ottenere il campione desiderato a basso rischio. Solitamente nel classico mondo degli Etf smart beta sono due le strategie adottate per la costruzione di indici a bassa volatilità, la Low Volatility e la Minimum Variance, che lavorano in modo differente e con livelli crescenti di complessità. La Low Volatility è più semplice in termini di costruzione e rispetto all’S&P500 si è storicamente osservata una riduzione di volatilità del 23% circa. La frequenza di ribilanciamento, più elevata di solito nella Low Volatility, aiuta, ma è soprattutto la concentrazione settoriale e l’assenza di vincoli ad offrire il maggior contributo in termini di rischio. In media, il settore che presenta il maggior peso nella strategia Low Volatility è rappresentato dalle utilities, che valgono oggi il 22% del portafoglio. Questa strategia ha infatti il vantaggio di non vincolarsi ad un benchmark, a differenza della Minimum Variance, e questo aspetto viene utile durante i crolli di mercato. Ad esempio, nel periodo 2008-2009 il peso dei titoli finanziari per la strategia Low Volatility è oscillato nel range 0,8%-2,9% (estremamente contenuto se si pensa che oggi tale settore vale il 17% dell’indice) aiutando notevolmente gli investitori a difendersi. La strategia Low Volatility presenta mediamente valori di beta molto bassi, prossimi a 0,55, e gli unici vincoli di peso sono posti a livello di singolo titolo – 4% in ambito S&P500 in questo caso - e non di settore. Al contrario, la strategia Minimum Variance non poggia le basi sulla volatilità dei singoli titoli ma sull’ottimizzazione della frontiera efficiente, ed è necessario un atto di fiducia sul fatto che le correlazioni storiche stimate rimangano effettivamente stabili in futuro, e che effettivamente ciò possa portare alla sperata riduzione di rischio a livello aggregato. Guardando sempre al portafoglio odierno, il settore a maggior peso è appunto rappresentato dalle utilities (22% circa), seguite dal 20% di immobiliare, 17% circa di finanziari, 9% di health care, 8% di beni di consumo di base, etc. Il dividend dell’indice è peraltro interessante, più alto del mercato, attestandosi al 2,45%, mentre il P/e è prossimo a 20. TER fissato allo 0,35% annuo con replica fisica completa del paniere. Il rischio di cambio è ovviamente elevato, senza mitigazione attraverso tecniche di hedging. (riproduzione riservata)