Il termine ETF, acronimo di Exchange Traded Fund, identifica i fondi d’investimento di tipo passivo che possono essere negoziati in borsa, in continua e quindi in tempo reale, al pari di azioni e obbligazioni. Infatti, un ETF è sostanzialmente un fondo che replica passivamente un benchmark (parametro o indice di riferimento) definito espressamente nel relativo prospetto informativo che ne regola il funzionamento.
Lo strumento quotato sul mercato restituisce quindi le stesse performance del benchmark sottostante dichiarato ex-ante, con l’obiettivo di replicarne il più fedelmente possibile l’andamento dei prezzi nel tempo, compresi gli eventuali stacchi cedola (da qui il termine “passivo”). Per questo motivo gli ETF vengono chiamati spesso “replicanti”, differenziandosi dai classici fondi a gestione attiva che normalmente si adoperano per battere il benchmark assunto come riferimento.
Tra i principali vantaggi degli ETF, che negli ultimi anni sono cresciuti enormemente anche in Italia come masse raccolte, spiccano le basse commissioni annuali di gestione rispetto ai fondi comuni classici (oltre ovviamente all’assenza di commissioni di ingresso o di uscita) e la facilità e l’immediatezza di negoziazione.
Lo strumento ETF è quindi adatto sia a strategie di investimento di ampio respiro (a patto che non abbia leva finanziaria, o che la stessa sia pari a uno), sia a scelte più tattiche (anche di breve o di brevissimo periodo), per via della negoziabilità intraday (entro una stessa giornata borsistica). Gli ETF sono infatti soggetti a due tipi di valorizzazione:
Teoricamente il prezzo di mercato dovrebbe concludere la seduta su un valore molto vicino a quello che sarà il valore del Nav relativo alla stessa seduta.
Gli ETF in senso lato sono suddivisibili in tre sotto-tipologie:
Gli ETF in senso stretto rappresentano la gran parte dell’intera tipologia e sono riferiti a indici azionari, settoriali o tematici, indici obbligazionari, indici di materie prime e tassi d’interesse.
Quando è presente la leva finanziaria, capace di amplificare di un numero di volte simile a quello della leva la performance quotidiana dell’attività sottostante (quando la leva è negativa l’ETF si apprezza in concomitanza di un deprezzamento dell’attività sottostante), gli stessi ETF vengono spesso catalogati come ETF Strutturati.
Negli ETF a leva (anche quando la leva è uguale a -1) è comunque presente l’effetto compounding, che provoca una perdita di valore nel tempo in occasione dei movimenti avversi anche se poi recuperati, sconsigliandone quindi il mantenimento in carico per un periodo che va oltre qualche settimana.
Il termine ETC è invece acronimo di Exchange Traded Commodity e identifica gli Etf che hanno come sottostante una materia prima.
Il termine ETN è infine acronimo di Exchange Traded Note e identifica gli strumenti che possono avere come sottostante tutte le attività finanziarie non ricomprese negli ETF in senso stretto e negli ETC, comprese le attività cartolarizzate emesse da società veicolo che replicano diversi tipi di indici (tipicamente azionari, obbligazionari, di valute) o perfino la loro volatilità.
I proventi degli ETF in senso lato sono soggetti a una tassazione secca, operata dall’intermediario, in una misura che varia da un minimo del 12,5% a un massimo del 26%, in sintonia con la tassazione delle attività finanziarie sottostanti (12,5% per i titoli di stato e le obbligazioni sovrannazionali, 26% per tutte le altre attività). Ciò vale sia per i proventi eventualmente distribuiti in modo periodico e sia per l’eventuale plusvalenza realizzata al momento della vendita. Tale plusvalenza non è peraltro compensabile con altre minusvalenze eventualmente accusate nella negoziazione degli ETF e nemmeno con minusvalenze originate da negoziazioni di altri strumenti finanziari, come le azioni, le obbligazioni, i certificati d’investimento e i covered warrant, degli strumenti finanziari derivati che garantiscono all’acquirente il diritto di acquistare (call) o vendere (put) un’attività sottostante ad un prezzo prestabilito (strike price) a (o entro) una certa data.
Al contrario, le eventuali minusvalenze originate dalla negoziazione di ETF sono invece compensabili con le eventuali plusvalenze originate dalla negoziazione di azioni, obbligazioni, certificati d’investimento e covered warrant, ma paradossalmente non sono compensabili con eventuali altre plusvalenze originate dalla negoziazione della stessa tipologia di strumento (gli ETF, appunto).
Per identificare correttamente un ETF si devono considerare una serie di elementi (in primis il codice ISIN e il benchmark) di seguito elencati:
Codice ISIN – Indice sottostante – Banca depositaria – Categoria MF del sottostante – Descrizione dell’indice – Emittente – Frequenza dividendi – Liquidity provider – Mercato di quotazione – Metodo di replica – Numero di componenti dell’indice – Patrimonio – Prestito titoli – TER annuo – Tipologia MF del sottostante.
Il codice ISIN (International Securities Identification Number) è un codice univoco identificativo degli strumenti finanziari in ambito internazionale. È composto da dodici caratteri alfanumerici, di cui i primi due identificano il paese di quotazione dello strumento finanziario a cui il codice si riferisce.
L’indice sottostante (benchmark, parametro di riferimento) identifica in modo esplicito l’indice che l’ETF è chiamato a replicare sulla base del relativo prospetto informativo. L’obiettivo degli ETF è infatti di replicare l’indice di riferimento nel modo più fedele possibile, minimizzando il cosiddetto tracking error, cioè lo scarto tra la performance dell’ETF rispetto al suo benchmark.
La banca depositaria è l’istituto che amministra e custodisce i titoli e la liquidità che costituiscono il patrimonio dell’ETF.
La categoria MF del sottostante indica in modo più puntuale la natura dell’investimento, favorendo una stima più approfondita delle opportunità e dei rischi associati all’impiego.
La descrizione dell’indice è una sintesi delle principali caratteristiche relative all’attività sottostante all’ETF.
L’emittente (o provider) degli ETF è la società che si occupa di rendere disponibile agli investitori lo strumento finanziario oggetto di emissione. Spesso l’investitore può scegliere tra diversi emittenti che coprono con un proprio ETF il medesimo sottostante (ad esempio l’indice S&P500 o il Ftse Mib).
La frequenza dividendi indica quante volte in un anno è previsto lo stacco dividendi. Non tutti gli ETF prevedono la distribuzione di cedole.
Il liquidity provider identifica la società che si impegna a garantire la liquidità di mercato all’ETF, rendendo agevole l’acquisto e la vendita tramite l’esposizione in via continuativa di proposte in denaro e in lettera di elevato importo sul book di negoziazione.
Il mercato di quotazione: il medesimo ETF può essere quotato su diversi mercati, anche esteri. In Italia tutti gli ETF sono quotati sul mercato ETFplus di Borsa Italiana.
Il metodo di replica si riferisce alla metodologia di replica dell’indice sottostante da parte dell’ETF. Tale la replica può essere sintetica, attuata cioè attraverso l’uso di strumenti derivati, oppure fisica, dove l’emittente acquista realmente i titoli o le attività dell’indice da replicare; quest’ultima ha diverse sfumature, a seconda delle caratteristiche dell’indice di riferimento. Gli emittenti stanno battendo sempre più la strada della replica fisica, da preferire a quella sintetica per via dei minori rischi di controparte legati agli strumenti derivati.
Il numero di componenti dell’indice identifica il numero di componenti dell’indice da replicare da parte dell’ETF. Più tale numero è alto e più la diversificazione risulta efficace, esponendo l’investitore a minori rischi poiché la volatilità diminuisce.
Il patrimonio evidenzia il patrimonio dell’ETF a una specifica data.
Il prestito titoli è una pratica utilizzata a volte dagli emittenti, per aumentare la redditività dell’ETF stesso. In sostanza l’emittente presta i titoli in portafoglio a società terze dietro giusta remunerazione, titoli che solitamente vengono utilizzati per operazioni al ribasso. L’assenza della prassi del prestito titoli limita il rischio di controparte per l’investitore in ETF, mentre la presenza di tale prassi aumenta i rischi per l’investitore in caso di dissesto finanziario della società a cui i titoli stessi sono stati prestati.
Il TER (Total Expense Ratio) annuo, identifica i costi (espressi in percentuale su base annua) a carico del prodotto finanziario. Normalmente questi costi vengono distribuiti nel tempo, giorno per giorno, e l’investitore sarà gravato di tale importo in funzione del periodo di mantenimento dello strumento in portafoglio. Il TER non incorpora altre voci di costo implicito, come il bid-ask spread relativo all’ll’ETF, ma solo i costi espliciti come le commissioni di gestione, di performance (se esistenti) e di amministrazione.
La tipologia MF del sottostante permette di comprendere la natura di base dell’investimento, ovvero se è di tipo azionario, obbligazionario, misto, immobiliare, alternativo, sulle materie prime, sul mercato dei cambi o sulla volatilità.
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