Petroliferi appesi al dividendo
Il crollo del Brent ha riportato i titoli energetici europei su valori appetibili, e l’Etf settoriale di SPDR ne approfitta
Il tracollo del Brent da 85 a 50 dollari in pochi mesi ha spiazzato gli investitori che avevano scelto di cavalcare il tema energetico. Ma non tutto il male viene per nuocere, e questo sottostante incorpora oggi interessanti rendimenti attesi. Come sempre i prezzi del petrolio, compreso il WTI, dipendono da una serie di fattori, in primis le decisioni a livello di cartello OPEC in merito alla gestione dell’offerta e le aspettative sull’economia globale, a sua volta legate alle escursioni dei benchmark azionari. E così il sell-off osservato sull’azionario mondiale da ottobre a fine 2018 si è riflesso in un parallelo tracollo dei prezzi dei sottostanti energetici, azioni settoriali comprese. Nelle ultime settimane però si sta osservando una stabilizzazione di tale elemento, con conseguente rimbalzo dei titoli energetici, anche sulla scia di minori tensioni in merito alla guerra commerciaqle Usa-Cina. Analizziamo in questo caso le caratteristiche dell’Etf SPDR MSCI Europe Energy, che permette di posizionarsi su un basket concentrato di azioni energetiche a livello europeo, con particolare focus sull’Oil. Questo comparto è innanzitutto solo parzialmente correlato con i benchmark azionari di riferimento, e quindi in grado di svincolarsi a sufficienza dal trend comune a meno di eccezionali movimenti dei mercati globali. Si fotografa a tal proposito una correlazione tra il mercato europeo e i soli titoli energetici limitata a 0,65, con un beta prossimo a 0,90, che conferma una sufficiente indipendenza tra l’andamento del mercato e i guadagni offerti da questa categoria di azioni. Il settore energetico si conferma di riflesso una valida alternativa per puntare sulla stabilità o ulteriore recupero dei prezzi del petrolio, in sostituzione degli ETC che incorporano fattori di rischi differenti, ad esempio il contango e la presenza di future nella replica del sottostante che annidano elevati costi. I rendimenti dell’asset class azionaria nel suo complesso sono quindi solo una parte di ciò che muove i prezzi dei titoli energetici, in quanto il legame tra il prezzo del petrolio e il comportamento delle azioni di tale settore è di natura fondamentale: gli utili operativi delle società Oil&Gas sono giustamente correlati all’andamento del prezzo dell’energia. In merito al posizionamento nel ciclo economico, le azioni energetiche vengono solitamente considerate come sottostanti di tipo late-cycle, in grado cioé di performare meglio durante la parte finale o avanzata, di una fase economica espansiva. Ma la dicotomia prima indicata in termini di fattori di rischio non è certo l’unico elemento di attrazione per le azioni energetiche. Che spesso vengono guardate positivamente dagli investitori per via dei generosi dividendi che distribuiscono nel tempo, da cui è derivata la gran parte del rendimento complessivo di Borsa (più che dall’apprezzamento delle quotazioni dei titoli). Le società energetiche europee evidenziano attualmente, in termini di Etf SPDR MSCI Europe Energy, un rendimento da dividendo prossimo al 5,9% annuo, il che le rende un’ottima alternativa alle obbligazioni per chi non guarda all’investimento in ottica di trading ma di posizionamento di medio-lungo termine. Si fotografa attualmente un rapporto prezzo/utile atteso invidiabile, pari a 10,8, proprio per via del tracollo delle quotazioni dei mesi precedenti. Una nota stonata è al contrario rappresentata dalla forte concentrazione. L’indice si appoggia infatti solo su diciassette azioni, dove il titolo Royal Dutch Shell vale da solo quasi un terzo dell’intero paniere (vicino al cap del 35% che è il limite massimo per singola esposizione), seguita da BP (17,7%), Total (17,2%), Eni (9,4%), etc. I primi tre titoli dell’aggregato settoriale quindi valgono quindi due terzi dell’indice. Il breakdown per Paese evidenzia il 48% sul Regno Unito, con conseguente rischio di cambio importante sulla sterlina inglese, a cui si affianca il 10% circa dei mercati nordici, con annesso rischio valutario, mentre la rimane parte è area euro. La replica da parte dell’Etf è fisica completa, data l’esiguità dell’indice da replicare, mentre il TER competitivo, fissato allo 0,3% annuo.
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