Convertibili senza rischi di cambio
SPDR offre il prodotto legato ai bond convertibili senza l'esposizione ai rischi di cambio, penalizzanti lo scorso anno.
Il prodotto SPDR Global Convertible Bond aperto al rischio di cambio si è riportato sui massimi storici da inizio quotazione, anche grazie al recupero del dollaro Usa, che aveva tolto valore nel 2017. La performance in valuta locale, ovvero dollari Usa, dell’indice Thomson Reuters Global Convertible Bond che è sottostante all’Etf si è dimostrata particolarmente solida nel corso dell’intero 2017, con un progresso annuo prossimo al 12%, ma il parallelo deprezzamento del dollaro si era rimangiato buona parte di tale rendimento. In questo quadro va collocato il nuovo listing di SPDR, che propone oggi lo stesso sottostante ma con copertura dei rischi di cambio, che permette di dribblare problematiche come quelle osservate lo scorso anno. In merito alle caratteristiche del sottostante, c’è da ricordare che i bond convertibili sono alimentati, in termini di motori di performance, da una pluralità di fattori. La natura idrida del sottostante, a cavallo tra bond e azione, permette così di performare bene durante differenti contesti di mercato, e quello attuale caratterizzato da volatilità ed incertezza è un terreno fertile per strategie di questo tipo. Solitamente il contesto più adatto ai bond convertibili è rappresentato da uno scenario di bassi tassi di interesse e azionario ben impostato. E in un contesto di tassi in risalita, tipicamente accompagnato dal miglioramento del contesto economico, le componenti equity e il rischio di credito associati ai bond convertibili dovrebbero dare valore aggiunto, come si è appunto osservato nel corso del 2017. I bond convertibili presentano inoltre una sensitività bassa ai tassi, utile nel momento in cui si osserva una pressione al rialzo nei rendimenti di mercato, anche in questo caso elemento più che mai di attualità. In passato sono stati numerosi i periodi caratterizzati da un aumento dei rendimenti dei Treasury a 10 anni, ad esempio il taper tantrum del 2013 o il primo ciclo di rialzo dei tassi del 2016, dove i bond convertibili hanno offerto ottime performance, sovraperformando i corporate bond diversificati. L’asimmetria nel rendimento dei bond convertibili sembra quindi continuare a pagare. Gli investitori che puntano su questo sottostante risultano parzialmente protetti durante le fasi ribassiste dei mercati azionari (grazie alla componente cedolare dell’obbligazione) e possono beneficiare delle fasi rialziste dei mercati azionari, grazie alla parte opzionale all’interno dei bond convertibili. La dinamicità del delta (che identifica la sensibilità di un bond convertibile rispetto ai rendimenti del mercato azionario) rende l’indice utilizzato da SPDR molto adatto ad adattarsi ai trend che si sviluppano nel tempo. Anche il comportamento durante le fasi di sell-off aiuta a comprendere i rischi a cui realmente ci si espone, dove i buoni risultati in tali contesti sono imputabili al delta dinamico dell’indice sottostante all’ETF, che si scarica verso il basso quando le condizioni di mercato sono negative ed aumenta la volatilità. E’ quindi il bond convertibile stesso che implementa automaticamente la sensitività al contesto azionario, facendo salire il delta quando serve ed alleggerendolo nei momenti meno favorevoli. Nel 2008 il delta dell’indice era sceso sino a 0,25, durante la risalita degli anni successivi è salito sino a 0,60, e attualmente la sensitività (appunto il delta) si colloca a 0,49, in linea ad un fondo bilanciato tra bond e azioni. Guardando al portafoglio, l’indice è molto diversificato in quanto composto da 282 titoli, con un current yield dello 0,94% e una vita media delle obbligazioni di 4,5 anni. Il paniere è estremamente diversificato anche per area geografica, valuta, rischio di credito e settore di appartenenza degli emittenti. Il dollaro pesa per il 56% del portafoglio, seguito dall’euro al 22% e dallo yen al 13% circa. Gli Usa contano per il 41% del portafoglio, mentre il Giappone vale il 14% circa; seguono Germania, Francia e Cina estesa (tutti poco sotto il 9%). La tecnologia è il settore più rappresentato con il 22% dell’esposizione, seguito dal 20% circa di beni di consumo aggregati e dal 11% degli industriali. Rischio di credito non marginale, con il 47% dei bond che risultano non coperti da rating. Da segnalare che il costo di hedging (imputato ad un ipotetico rendimento in valuta locale dell’indice ) dell’1,58% non va ad impattare per intero sulla struttura, in quanto l’indice originario è calcolato in dollari mentre il fondo in oggetto è multi-currencies. (riproduzione riservata)