Multi-fattori Usa senza rischio di cambio
UBS Etf offre la versione con hedging sul rischio di cambio per lo smart beta multi-fattoriale legato all’azionario Usa.
Se la gamma di strumenti core è da tempo satura, gli Etf provider cercano di soddisfare le esigenze della clientela esistente e potenziale attraverso proposte accattivanti, fuori dai classici schemi. Ne è un esempio calzante il recente listing di UBS ETF, attraverso lo strumento MSCI USA Select Factor Mix euro hedged. In realtà questo listing si affianca al prodotto multi-fattoriale senza la copertura di cambio quotato la scorsa estate, che nel frattempo ha raccolto più di 1 miliardo di dollari. La novità consiste quindi nella scelta della mitigazione del rischio di cambio, che sappiamo essere di certo non a costo zero nell’attuale contesto di mercato, e del parallelo abbandono della distribuzione dei proventi, presente nel listing del 2017 ma non contemplato nel nuovo Etf (che reinveste i dividendi). Con questa quotazione la gamma di Etf euro hedged di UBS ETF quotati su Borsa Italiana sale così a ben 26 strumenti. Il sottostante lavora in contemporanea su sei differenti fattori, per generare l’auspicato extra-rendimento rispetto al mercato nel lungo termine. Nell'indice MSCI USA Select Factor Mix Index i titoli sono infatti ponderati in base a fattori specifici quali Prime Value, Quality, Momentum, Size, Total Shareholder e Low Volatility. Gli studi accademici continuano a spingere in questa direzione, evidenziando performance corrette per il rischio più elevate rispetto ai classici benchmark azionari basati sulla sola capitalizzazione di mercato. Se i singoli fattori non sono altro che delle specifiche caratteristiche con cui possono essere identificati i titoli azionari, il nocciolo della questione è quale fattore usare a seconda delle fasi di mercato. Se ad esempio in una contesto positivo per gli indici globali la strategia Size può essere premiante, in una fase negativa di mercato conviene puntare sulla Low Volatility per proteggere il capitale. La metodologia scelta da MSCI per questo indice tende innanzitutto a identificare indici fattoriali che evidenzino una forte esposizione ai fattori stessi, e che siano efficienti in termini di strategia multi-factor. I sei fattori utilizzati sono equiponderati e ribilanciati ogni tre mesi. Prime Value identifica le azioni a sconto rispetto ai fondamentali con bilanci molto solidi (evita le value trap – trappole del valore), mentre Quality e Yield permettono rispettivamente di posizionarsi sui titoli con elevata qualità di alcuni indici finanziari (ad esempio il ROE) e caratterizzati da elevata distribuzione di capitale (tramite dividendi e buyback azionari); la strategia Momentum premia invece le azioni caratterizzate da una tendenza positiva dei prezzi (6 e 12 mesi), mentre Low Volatility e Size sfruttano rispettivamente la riduzione di volatilità e la capitalizzazione di mercato, in quest’ultimo caso con particolare focus sulle società a piccola e media capitalizzazione per estrarre l’elevato premio al rischio rispetto alle blue chips. Una statistica originata dal 1999 evidenzia che la strategia Select Factor Mix ha generato una riduzione di volatilità di 1,56% annuo rispetto al benchmark market cap. Interessante valutare come sempre l’allocazione settoriale rispetto al mercato, che scaturisce dal mix di fattori sopra specificato tramite un approccio top-down. L’indice multi-fattoriale esprime oggi un peso per i titoli IT pari al 23% (in linea al benchmark market cap), seguiti dal 17,3% di finanziari, 14,2% di industriali, 12% circa per sanità e beni di consumo ciclici, etc. In merito alle singole azioni, oggi i titoli con maggior rappresentatività sono Apple (3,2%), JP Morgan (1,8%), Microsoft (1,8%), Bank of Amerrica (1,4%). Da segnalare inoltre che la strategia Low Volatility viene implementata attraverso l’indice MSCI Usa Select Dynamic 50% Risk Weighted. Eccezionale infine la diversificazione, con l’indice che ingloba oltre 2.200 titoli azionari. Tra le note dolenti va invece segnalato un valore non certo a sconto del portafoglio complessivo, che evidenzia un P/e prossimo a 23, e il costo dell’hedging valutario, che però è variabile nel tempo. Oggi tale onere (che aiuta a comprimere notevolmente la volatilità rispetto alla struttura aperta al cambio) è prossimo al 3% annuo, ma potrà ridimensionarsi notevolmente nel momento in cui il differenziale di rendimento tra l’area euro e il dollaro si restringerà. (riproduzione riservata)