UBS quota Etf etico su S&P500
L’emittente elvetico propone la versione con o senza hedge valutario dell’S&P500 ESG, che abbraccia il trend Social Responsible
Tra i trend dell’industria ETF più imponenti negli ultimi anni va senza dubbio annoverato il tema Social Responsible, su cui alcuni emittenti si sono gettati a capofitto ed altri tuttora latitano. UBS ETF ha cavalcato in modo importante questa dinamica, convinta che gli investitori non debbano rinunciare a nulla in termini di rendimento optando per questa forma di investimento a risvolti etici. E’ importante sottolineare che non esistono tuttora criteri oggettivi per rendere omogenei tra loro i differenti prodotti a sfondo etico. Alcuni provider di indici effettuano così scelte di esclusione, a livello aggregato o selettivo su specifiche tematiche; altri fornitori di indici adottano invece principi non di esclusione ma proattivi, andando a cercare le società meglio posizionate su alcuni parametri, anziché semplicemente escludere le aziende focalizzate su business controversi. Detto questo UBS ETF è l’emittente che in Italia esprime la quota maggiore di prodotti Social Responsible rispetto ai competitors nazionali, grazie ai sedici sottostanti a risvolto etico passivi listati su ETFplus rispetto ai cinquantaquattro complessivi (tra cui dodici prodotti offerti da BNP Easy). Oltre la metà degli ETF a risvolto etico disponibili in Italia è quindi offerta da due soli emittenti. In questa occasione analizziamo le caratteristiche dell’ultimo listing con filtri ESG (ambientali, sociali e di governance) effettuato da USB ETF, che in collaborazione con S&P Dow Jones ha lanciato la versione etica del mitico indice S&P 500. La logica alla base di questa scelta è legata alla considerazione che buona parte degli investimenti continua ad avere come benchmark indici conosciuti basati sulla market cap, classificati come investimenti di tipo core ovvero non satelliti in un portafoglio diversificato.
L’S&P 500 è uno degli esempi più lampanti in questo senso. Il nuovo indice, derivante dalla partnership UBS AM - S&P Dow Jones, è appunto l’S&P 500 ESG, che si propone agli investitori globali come un sottostante core di assoluta rilevanza (agganciato al più grande indice a livello mondiale) ma con filtro etico inserito. Capiamo quindi come vengono applicati i filtri ESG per arrivare al paniere finale, che anziché essere composto da 505 azioni (l'S&P500 di oggi) vede oggi la presenza di 329 società, per via della eliminazione di 176 aziende che non soddisfano i requisiti. L'indice S&P 500 ESG esclude da un lato il quartile più debole in termini di profili ESG dei componenti originari dell’S&P 500, puntando a replicarne la capitalizzazione di mercato per il 75%, con l’obiettivo di ottenere un indice ESG molto vicino come dinamica all’S&P500. Tali screening ESG vengono però preceduti da ulteriori filtri, in quanto non possono far parte del nuovo benchmark le azioni di società attive nei settori tabacco e armi non convenzionali. In questo processo vengono adottati screening attraverso la società Sustainalytics e Robeco SAM. Inoltre si tiene in considerazione anche il soddisfare i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, attraverso l’esclusione del 5% delle aziende peggio posizionate in termini di score (database di Arabesque). Il grosso delle esclusioni deriva proprio dallo scarso posizionamento sui criteri ESG, mentre i filtri ex tabacco e armi non convenzionali portano oggi a cestinare solo dodici aziende, rispetto all’indice originario. Il breakdown settoriale risulta, a parte di due settori appena indicati, allineato all’S&P 500. In quest’ultimo indice ad esempio Microsoft, Apple e Amazon valgono rispettivamente il 3,7%, 3,3% e 2,9%, mentre nella versione ESG dell’indice i pesi si collocano a 5,1%, 4,8% e 4,2%. Gli unici scostamenti degni di nota, in termini di settori, interessano i comparti IT (sovrappeso nell’indice ESG), Industriali e servizi di comunicazione (entrambi il lieve sottopeso). Questo sottostante è disponibile sia nella versione euro hedged, ovvero con copertura delle oscillazioni del cambio euro-dollaro, che nella versione con rischio di cambio aperto. Si deve sottolineare che chi opta per la prima soluzione deve mettere in conto oggigiorno un costo di hedging molto elevato, derivante dal differenziale di tassi a un anno tra l’area Usa e quella dell’euro, onere che va a braccetto di una sensibile riduzione di volatilità. TER competitivo, fissato allo 0,22% per la versione con hedge valutario e 0,12% per quella aperta al cambio. (riproduzione riservata)