Nuovo smart beta su azionario Usa
Lyxor propone sul mercato italiano uno nuovo Etf a bassa volatilità che punta al contesto nordamericano.
Lyxor ha recentemente listato sul mercato italiano un prodotto di tipo smart beta che punta all’azionario statunitense. Il trend dei prodotti smart beta rimane elevato in termini di masse raccolte, ed anche ottobre se è confermato un mese positivo per le strategie smart beta in generale, con particolare interesse per lo stile Value che ha raccolto 0,4 miliardi di euro in Europa. L’Etf provider francese ha scelto come indice il FTSE USA Minimum Variance, che offre esposizione al mercato delle azioni listate negli Usa con obiettivo la massima compressione di volatilità del portafoglio complessivo. Tipicamente sono due gli approcci utilizzati per raggiungere l’obiettivo della compressione del rischio restando investiti nell’asset class azionaria. Alcuni indici partono infatti dalla selezione delle singole società che storicamente hanno espresso la volatilità inferiore, e adottando alcune regole inseriscono in portafoglio tali componenti con determinati pesi. In altri casi invece ci si appoggia alla moderna teoria di portafoglio, che tiene in considerazione anche le correlazioni tra le variabili prese in esame al fine di generare un portafoglio che nella sua interezza esprima la minore volatilità. Per questo specifico Etf si è scelta la seconda strada, che punta a portare una riduzione del rischio fino al 30% rispetto agli indici a capitalizzazione, secondo quanto evidenziato nell’ultimo decennio. La scelta della metodologia utilizzata da FTSE porta ad un basket ottimizzato che punta a comprimere al massimo il rischio ma al tempo stesso ad assicurare la diversificazione del sottostante, mantenendo almeno la metà (o anche di più a seconda dell’indice) dei titoli che compongono il benchmark azionario originale. I filtri utilizzati sono affiancati ad alcuni vincoli, come la limitazione del peso dei singoli titoli ad un valore massimo dell’1,5%, mentre il singolo settore non può portarsi oltre il 20% di rappresentatività. Essendo l’indice molto diversificato, il singolo titoli non pesa però in realtà oltre lo 0,7%, apportando ulteriore diversificazione. Osservando la composizione del FTSE USA Minimum Variance si osserva giustamente una minore esposizione ai settori tradizionalmente più volatili, quali il settore finanziario, tecnologico e dell’energia. In merito alla compressione di rischio, si segnala che rispetto al Ftse World negli ultimi dieci anni si è osservato un calo di volatilità del 21% circa, valore che sale al 25% per il Ftse Europe Minimum Variance. In merito invece alla fedeltà rispetto all’indice originario, la percentuale di azioni mantenuta rispetto al benchmark di partenza è pari al 66,8% per il Ftse Usa Minimum Variance, e ciò permette di avere in portafoglio oggi circa 420 azioni. Se ovviamente il rischio di cambio è completamente diretto verso il dollaro Usa, è interessante il break down settoriale. I titoli dei beni di consumo (sia ciclici che duravoli) contano per quasi il 27% dell’indice, seguiti dai finanziari che pesano meno del 15%; seguono health care al 14,1%, utilities all’12,1%, IT e industriali al 10,8% circa ciascuno. I primi componenti lasciano comprendere le caratteristiche di basso rischio ad essi associati, a cui si applica però successivamente il processo di analisi delle correlazioni da cui scaturisce appunto il portafoglio a minima varianza. Southern Company conta per lo 0,7%, seguita da un pesi simili per Cboe, Consolidated Edison, Wal-Mart, Johnson & Johnson, etc. La somma delle prime dieci posizioni contribuisce solamente al 6% dell’intero indice. Il P/e medio dei titoli è oggi abbastanza elevato, prossimo a 26, e ciò deriva dal trend di Wall street che ha portato l’intero mercato su quotazioni relativamente pericolose, mentre il dividend yield annuo si attesta a 1,66%. Una eventuale discesa del mercato verrebbe però attutita dalla natura dell’indice, focalizzato appunto sulla minimizzazione del rischio. Il beta calcolato rispetto all’S&P500 è pari, negli ultimi due anni, a 0,76, che conferma la natura difensiva dell’indice sottostante. Un elemento non entusiasmante ha invece a che fare con la presenza di derivati sull’Etf. Lyxor ha infatti scelto di utilizzare la replica non fisica dell’indice sottostante, adottando uno swap che ha per controparte Societe Generale, la quale funge anche da marker maker e da banca depositaria. (riproduzione riservata)