Etf ESG sugli Usa di Amundi
L’emittente propone un nuovo listing che coniuga i filtri di sostenibilità alla copertura del rischio di cambio
Prosegue la corsa di emittenti, di prodotti attivi e passivi, per soddisfare la crescente richiesta di investimenti green o più genericamente con filtri di sostenibilità. Gli ultimi listing sul mercato italiano dei prodotti passivi quotati sono stati univocamente caratterizzati da un elemento, ovvero l’utilizzo di filtri social responsible, che non sono più un corollario o un elemento aggiuntivo rispetto ad altri parametri da cui dipende la scelta dei mattoncini da inserire in portafoglio. Ma al contrario un elemento decisivo che può far propendere per un prodotto o un brand a scapito di altri, meno attenti ai principi ambientali, sociali e di governance societaria. Da un lato proliferano le richieste da parte di autorità e istituzioni, in particolare europee, di prediligere tali tipi di investimenti – lampante in tal senso la recente posizione della Bce in merito agli acquisti di sottostanti green- e gli investitori finali, istituzionali e retail, sembrano ben disposti ad inglobare nei portafogli questo nuovo approccio. Anche grazie alla ricerca che tende ad evidenziare che tale scelta non va a discapito delle performance, ma anzi ottimizza sul lungo termine le metriche rendimento-rischio delle gestioni. All’interno di questa consolidata tendenza si innesta la recente quotazione di Amundi dell’Etf Msci Usa SRI euro hedged, che come dice il nome stesso coniuga due elementi di interesse. Da un lato l’applicazione di filtri di sostenibilità, attraverso il provider Msci, dall’altro lato l’annullamento del rischio di cambio euro-dollaro per un investitore che ragiona in euro. L’indice sottostante è il MSCI USA SRI 5% Capped hedged to Eur, che presenta nette distinzioni rispetto al benchmark originario senza filtri ESG, ovvero il Msci Usa. I filtri adottati dal provider permettono di escludere le società che presentano un impatto negativo sotto i profili ESG, e prediligono le aziende che vantano un buon posizionamento nei giudizi di sostenibilità sulla base dei punteggi Msci ESG Rating. Da segnalare che il tracking error nei confronti di Msci Usa è importante, anche per via della consistente riduzione di dimensionalità del paniere rispetto al benchmark originario. Ciò porta di fatto ad un nuovo indice, non poi così legato al Msci Usa (trascurando per ora la copertura del cambio). Se nel Msci Usa sono presenti 616 azioni, nella versione SRI analizzata si scende a sole 142 azioni, con un filtro al 5% per il singolo peso massimo; in realtà solo Microsoft, Procter&Gamble e Home Depot viaggiano a ridosso di tale soglia, ma si tratta di un grosso contributo alla diversificazione in quanto se non si adottasse il cap al 5% Microsoft da sola varrebbe (nell’indice Sri) il 21% circa. Il settore IT vale il 14% circa, health care circa il 17%, beni di consumo ciclici circa l’14%, valori non troppo in linea al benchmark non SRI. Lo scostamento tra i due indici deriva quindi non da una differente allocazione settoriale, ma dalla forte concentrazione dei titoli nel paniere SRI. In termini fattoriali si segnala un sovrappeso dello stile momentum e un sottopeso del dei titoli value, che portano ad un beta rispetto a Msci Usa inferiore a 1. Ne scaturisce, nonostante la forte concentrazione, un rischio più basso, con la volatilità di Msci Usa Sri capped al 14,4% rispetto al 15% dell’indice originario. Le performance confermano la peculiarità del Msci Usa SRI capped, che nel 2019 ha espresso un ritorno lordo del 30% rispetto a +31,6% dell’indice originario, e nel 2018 i rendimenti si fissano rispettivamente a -3,5% e -4,5%. Molti analisti vedono nei mesi a venire un euro potenzialmente più forte rispetto a molte valute compreso il dollaro Usa, e per questo motivo può aver senso puntare su questo prodotto che permette di immunizzare il rischio di cambio. Il costo dello hedging valutario oggi risulta prossimo allo 0,9% annuo (considerando il differenziale a un anno dei tassi Usa rispetto all’area euro), accettabile se si considera che negli anni passati tale zavorra si era portata anche a ridosso del 3% annuo, prima del cambio di rotta da parte della Fed. L’emittente ha scelto di quotare la versione senza distribuzione dei dividendi, ad un Ter annuo dello 0,2%, molto basso ma che non incorpora il costo della copertura valutaria. (riproduzione riservata)