
Le terre rare – i 17 elementi metallici fondamentali per tecnologie che vanno dai chip per l’intelligenza artificiale ai caccia militari – stanno diventando uno dei nuovi fronti della competizione globale. Ne è convinto Global X, che ne sottolinea l’abbondanza nella crosta terrestre ma, al tempo stesso, la difficoltà di lavorazione. Ed è proprio qui che si è creata la più grande vulnerabilità dell’innovazione occidentale, con la Cina che controlla quasi il 90% della capacità mondiale di raffinazione, da usare anche come leva geopolitica.
Di fronte a questo scenario, Washington e i suoi alleati hanno accelerato per sviluppare filiere più autonome. Politiche industriali mirate, incentivi e capitali pubblici e privati si stanno muovendo nella stessa direzione: creare alternative credibili a una dipendenza che, a lungo termine, rischia di compromettere la crescita dei settori più strategici dell’economia.
L’importanza delle terre rare è, prosegue Global X, destinata a crescere ancora. Sono già essenziali per dispositivi quotidiani come smartphone e computer, ma diventano cruciali nei segmenti in rapida espansione. I chip avanzati, cuore dell’AI, richiedono elementi come neodimio, praseodimio, terbio e disprosio per potenziare le proprietà magnetiche, ottiche e conduttive. Con l’esplosione prevista nella domanda di hardware per l’intelligenza artificiale, il fabbisogno di questi materiali potrebbe aumentare in modo significativo.
L’impatto è evidente anche sul fronte della difesa: un caccia F-35 contiene più di 400 chilogrammi di terre rare, integrate in sistemi radar, attuatori, rivestimenti e componenti elettronici ad alte prestazioni. Un sottomarino può arrivare a richiederne oltre dieci volte tanto.
E la transizione elettrica non è da meno: circa il 90% delle auto elettriche utilizza motori a magneti permanenti, che possono contenere fino a due chilogrammi di terre rare ciascuno. Con la crescita prevista delle vendite globali di EV, la sicurezza dell’approvvigionamento sarà un fattore determinante per mantenere slancio nella decarbonizzazione.
A tutto questo si aggiungono nuovi settori emergenti come droni, sistemi autonomi, sensori avanzati e tecnologie quantistiche, che richiedono componenti ad altissima precisione. Per questo molti analisti prevedono un aumento della domanda del 65% entro il 2040. È una soglia che potrebbe rivelarsi critica se non verranno create filiere più diversificate.
La Cina, nel corso di decenni, ha costruito un ecosistema integrato grazie a sussidi pubblici e investimenti massicci. Nel 2025 ha ulteriormente rafforzato il suo controllo annunciando nuove restrizioni all’esportazione di diversi elementi e tecnologie legate alla produzione di magneti ad alta purezza, spesso in risposta a mosse tariffarie statunitensi.
Anche se un eventuale allentamento delle tensioni tramite un accordo tra Washington e Pechino potrebbe ridurre la pressione nel breve termine, la necessità di diversificazione è ormai un obiettivo strutturale per l’Occidente.
Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act ha stanziato oltre 40 miliardi di dollari per costruire filiere domestiche di batterie e materiali critici. Il Dipartimento dell’Energia ha avviato programmi di finanziamento per nuovi impianti e tecnologie di riciclo, mentre il Dipartimento della Difesa è addirittura entrato nel capitale di MP Materials, unico produttore statunitense, per rafforzarne l’integrazione verticale.
Anche il settore privato partecipa al rilancio: Apple ha siglato un accordo per acquistare magneti riciclati prodotti negli Stati Uniti, mentre grandi istituzioni finanziarie mostrano interesse a finanziare nuove infrastrutture per i materiali critici.
Anche l’Europa prova a recuperare terreno con il Critical Raw Materials Act, che punta a raggiungere almeno il 10% della produzione di terre rare entro il 2030, partendo da livelli quasi nulli. Tutto indica che i materiali critici saranno uno dei pilastri della nuova economia industriale.
L’accelerazione della domanda, unita alla crescente attenzione geopolitica, rende le terre rare una componente centrale per le tecnologie del futuro. In questa trasformazione, i governi e le aziende cercheranno sempre più spesso accordi diretti con produttori occidentali per garantirsi forniture sicure e stabili. Per gli investitori, questo settore appare come una delle aree più strategiche da monitorare nei prossimi anni, conclude Global X.
Nonostante la tematica sia disruptive, ovvero ad alta potenzialità nel lungo periodo, l’offerta di Etf dedicati a questo sottostante non è elevata; tra questi, l’Etf Global X Disruptive Materials, che permette di investire in aziende che producono metalli e altre materie prime essenziali per l'espansione delle tecnologie dirompenti, quali batterie al litio, pannelli solari, turbine eoliche, celle a combustibile, robotica e stampanti 3D. (riproduzione riservata)