I movimenti della curva dei tassi Usa sono tra I fattori di rischio più seguiti, a maggior ragione in un contesto di rialzo dei rendimenti globali. WisdomTree ha a tal proposito fatto una chiacchierata costruttiva con uno dei massimi esponenti mondiali in grado di comprenderne le dinamiche, e chi di meglio ci può essere se non uno dei presidente delle Fed degli Stati Uniti. In particolare la società emittente di Etf di tipo smart beta ha scelto di confrontarsi con Jim Bullard, presidente della US Federal Reserve di St. Louis. Il mercato inizialmente ha letto la rimozione del termine “accomodante” nell’ultimo appuntamento del FOMC come indicazione rialzista, identificando una politica corrente vicina al tasso neutrale di lungo periodo, con la Fed potenzialmente più vicina alla fine del ciclo di rialzi dei tassi. Successivamente però il presidente della Fed, Jerome Powell, ha affermato che non conviene concentrarsi troppo sulla rimozione del termine accomodante, in quanto non indica una modifica delle posizioni della Fed confermata dai dot plot che restano sostanzialmente immutati in merito al percorso al rialzo dei tassi Usa. Per quanto riguarda la curva dei rendimenti Usa, Bullard dichiara che non correrebbe il rischio di invertire la curva portando i Fed Funds oltre il valore di rendimento della parte lunga della curva. Le argomentazioni del tipo "questa volta è diverso" hanno fallito sia nel 2000 che nel 2006. Una delle prime cose che Ben Bernanke fece come presidente della Fed fu di tenere un discorso sull’inversione della curva proprio quando la crisi era agli albori. La Fed ha ignorato la curva dei rendimenti quando non andava d'accordo con i propri modelli della curva di Phillips, ma poiché Bullard e la Fed sono stati spiazzati da tale atteggiamento più volte, ora lo stesso esponente preferirebbe non correre di nuovo il rischio. Bullard ritiene che ci si trovi in un mondo a bassi rendimenti reali, sia negli Stati Uniti che a livello globale, e che le forze che hanno spinto questi tassi a comprimersi tanto negli ultimi trenta anni non cambieranno molto rapidamente. Ciò è coerente con la richiesta degli investitori di asset rifugio, il calo della forza lavoro e una scarsa produttività del lavoro, con il primo fattore particolarmente pressante rispetto agli altri. Il declino della tendenza dei tassi di interesse reali è stimato pari a 600 punti base dalla metà degli anni ottanta, e sebbene Bullard ammetta che la Fed influenzi i tassi a breve termine, resta convinto che non ha impatto sulla tendenza dei valori reali dei rendimenti. Esaminando i rendimenti nominali a 1 anno e sottraendo le misure dell'inflazione, si ottiene il rendimento reale ex post, piuttosto elevato nel 1985 e molto contenuto oggi. E così a fine settembre i Treasuries a 1 anno rendevano il 2,56%, ma sottraendo il 2% di inflazione i rendimenti reali si avvicinano a 50-60 punti base. Secondo Bullard la politica monetaria dovrebbe essere alimentata anche da informazioni derivate dal mercato, comprese dinamica della curva dei rendimenti e stime di inflazione derivate dai TIPS, in quanto gli operatori di mercato prezzano questi assets anche grazie ad informazioni non considerate nei modelli econometrici della Fed. Per Bullard la Fed dovrebbe peraltro prestare meno attenzione al tasso di disoccupazione nel tentativo di stimare l'inflazione attesa, in quanto queste misure sono oggi meno legate che in passato. Infine, mentre la forza del dollaro rispetto all’euro è imputabile principalmente alla robusta crescita economica a stelle e strisce rispetto al contesto europeo, non è chiaro se il deprezzamento della divisa cinese possa essere imputato alla stessa politica del colosso asiatico piuttosto che al cambiamento della crescita economica locale. (riproduzione riservata)