La gestione attiva e quella passiva sia vanno via via sempre più compenetrando, rendendo meno aspra la storica lotta tra i due modelli gestionali. Nonostante questo la ricerca pullula di elementi a favore di una o l’altra scelta, e ovviamente un provider di Etf tende ad evidenziare gli elementi a favore di un posizionamento passivo. L’elemento spesso discriminante è legato alla capacità dei gestori attivi di effettuare un asset timing effettivamente efficiente, in grado di compensare i maggiori costi dei fondi rispetto agli Etf. In un recente studio di Vanguard (che offre agli investitori mondiali tanto Etf a replica passiva che fondi ed Etf a gestione attiva) si approfondisce ad esempio l’impatto derivante dal saper cogliere o anticipare i dati economici inaspettati da parte di un gestore attivo, rispetto ad una strategia passiva che non si cura delle frequenti sorprese derivanti dai dati macro. Da un lato le politiche monetarie ultra-accomodanti degli ultimi dieci anni hanno ristretto i margini di sorprese nei dati macro, ma la lenta uscita in merito agli interventi eccezionali delle banche centrali permetterà un allargamento della forbice tra dato atteso e rilasciato negli anni a venire. Peraltro una bassa forchetta di aspettative in merito ai dati macro – Gdp, Cpi, disoccupazione, etc- comporta un numero elevato di sorprese, nel momento in cui il dato effettivo viene reso pubblico. Le sorprese nei dati macro impattano in modo evidente sui rendimenti di brevissimo termine delle principali asset class, ma in misura differente tra le diverse classi di attività e -ancora più importante - in funzione della fase del ciclo economico che si sta attraversando. Negli ultimi 25 anni, un dato positivo a sorpresa dell’ordine dell’1% trimestrale in merito al GDP Usa ha impattato positivamente dello 0,7% sui rendimenti azionari del trimestre. Vanguard ha a tal proposito confezionato un indice (Economic Surprise Index) espressione delle sorprese economiche, tenendo in considerazione quattro variabili macroeconomiche: i dati di GDP, ISM, vendite al dettaglio e disoccupazione Usa. Analizzando l’impatto su asset class ad alto rischio come azioni e commodities Usa e a bassa volatilità come Treasuries e cash in dollari. Questi ultimi sono mediamente risultati insensibili alle sorprese nei dati macro Usa, anche grazie al fatto che i rendimenti obbligazionari sono quantificabili ex-ante in modo oggettivo, a differenza delle asset class rischiose sensibili al miglioramento o peggioramento (in base al dato disallineato rispetto al consensus, ovvero alla sorpresa) del ciclo economico. La sensitività risulta in particolare elevata nella fasi del ciclo economico caratterizzate da recessione o inizio di un recupero, mentre sembrano essere quasi ininfluenti in contesti di lento rallentamento o espansione avanzata dell’economia. Le materie prime sembrano rispondere con maggior enfasi rispetto all’azionario durante i periodi di recupero iniziale. Ciò che però conta è la possibilità di tramutare in extra-rendimento queste analisi, da parte di un bravo gestore attivo. Confrontando i rendimenti tra una strategia neutrale e totalmente passiva (60% equities e 40% bond Usa) rispetto ad una strategia in grado di posizionarsi all’80% sull’azionario in anticipo al dato macro positivo oppure al 40% sull’azionario in anticipo ad un dato macro negativo, si può comprendere il vantaggio per un investitore di tali scelte. Scelte peraltro effettuabili solo da parte di un gestore in grado di prevedere il futuro. Ciò che si evince da questa analisi retrospettiva è che il vero vantaggio derivante dal cogliere le sorprese nei dati macro è assai risicato, nell’ordine dello 0,20% annuo come extra-rendimento rispetto alla strategia neutrale. La realtà dei fatti è quindi che scommettere sul dato macro incide nel trading intraday ma sul medio termine non porta a reali vantaggi per l’investitore paziente, almeno secondo Vanguard. (riproduzione riservata)