Etienne Vincent, Head of Quant strategy di Ossiam, fa il punto di come si sono comportati il fattore bassa volatilità e i filtri ESG nella recente crisi di mercato. In particolare la modellistica minimum variance non ha deluso dimostrando, ancora una volta, il proprio valore aggiunto. Il rischio, in media, non paga, mentre la resilienza è invece fondamentale nel lungo periodo. Ad esempio, la strategia europea azionaria minimum variance di Ossiam ha registrato una sovraperformarce del 5% da inizio anno, evitando un quarto della performance negativa del proprio benchmark, il che significa che è ancora in territorio positivo su base triennale, a differenza del benchmark a capitalizzazione di mercato. Gli investitori, tuttavia, tendono a raggruppare i differenti approcci minimum variance e low volatility, sebbene siano differenti. In effetti, momento della costruzione del portafoglio i dettagli sono estremamente importanti, soprattutto in fasi di volatilità. Saremo in grado di trarre conclusioni esaustive nei prossimi due mesi, ma dalla nostra analisi preliminare possiamo vedere fino a ora che le strategie minimum variance sistematiche hanno fatto meglio degli strumenti low volatility gestiti in modo discrezionale, dove i gestori allontanano in maniera attiva il portafoglio dalle strategie minimum variance. Su base relativa, i titoli solitamente all’interno dei portafogli minimum variance hanno bilanci più solidi, sono più redditizi e hanno una componente di liquidità tale da ammortizzare l’attuale fase di crisi. Tendono anche a rientrare nei settori difensivi che hanno registrato un andamento migliore (utilities, healthcare, ecc.). Per quanto riguarda i filtri etici, per il momento l'effetto del fattore ESG sulle performance è limitato. Infatti, nell'urgenza dettata dalla crisi tutte le aziende vengono colpite dal lockdown, indipendentemente dalla loro condotta sul fronte ESG. In media, quindi, hanno messo a segno più o meno le stesse performance, secondo Vincent. L'unica eccezione riguarda le questioni legate alla Co2, dato il calo dei prezzi del petrolio registrato nelle ultime settimane. In quasi tutti i casi che abbiamo esaminato, una grossa fetta delle sovraperformance ESG deriva da una minore esposizione all'energia e a settori ad alto contenuto di Co2/settori ciclici (ad esempio le compagnie aeree). Quello che stiamo vivendo in questa fase ha molto poco a che fare con le tematiche ESG e gli investitori con un comportamento razionale non prendono in considerazione l’aspetto ESG per cercare performance più elevate. Le fasi di crisi rappresentano un buon momento per favorire i cambiamenti culturali. Ad esempio, l'integrazione dei rischi all’interno delle catene produttive, la resilienza, la fedeltà dei clienti, l'immagine pubblica di un'azienda, la governance, l'effetto di problemi climatici estremi nel business delle aziende. Le strategie focalizzate su minimum variance e qualità sono gli approcci smart beta che integrano più facilmente l'aspetto ESG, perché condividono un valore comune: la resilienza. (riproduzione riservata)