Uno dei trend più evidenti negli ultimi dodici mesi ha interessato il presso dell’energia, con il petrolio passato in tale frangente da 48 dollari agli attuali 65 dollari circa. Gli investitori in strumenti passivi hanno potuto cogliere in pieno tale rafforzamento, anche per via di una situazione di contango venuta meno, e tanto le soluzione coperte dal cambio che quelle aperte al dollaro si sono mosse bene, nel range 32%-39% di apprezzamento. Amundi AM tira le fila di questo interessante sottostante, segnalando che il grosso dei rendimenti attesi è ormai alle spalle. Le aspettative della casa di investimento sono a favore di un trading range tra 60 e 70 dollari al barile per i prossimi dodici mesi, e solo i caso di netto inasprimento dei rischi geopolitici ci si attende un ritorno verso la parte alta del range. L’appeal speculativo legato a questi eventi negativi è infatti stato bilanciato dalla speculazione in merito a possibili mutamenti da parte di Russia e Arabia Saudita in merito al controllo della produzione. Sebbene i tagli alla produzione in ambito OPEC appaiano strutturali, finalizzati a sostenere il prezzo, la produzione di shale oil americano ha di nuovo cambiato le carte in tavola, eliminando parte degli sforzi OPEC. L’offerta nordamericana è quindi un grande stabilizzatore. Un ritorno oltre 70 dollari appare quindi verosimile solo in caso di netto inasprimento del contesto geopolitico mondiale, con particolare focus sul medio Oriente. L’inflazione non sembra invece aver ricevuto impatti significativi dal movimento dei prezzi dell’oil. L’inflazione core si è mossa di riflesso poco sulla scia dei prezzi dell’energia, mentre è più preoccupante l’impatti sulla capacità di spesa della classe media, per via di un potere di acquisto eroso. Non si intravedono però al momento rischi di un deragliamento più significativo in merito alla crescita globale, anche se l’eurozona, in qualità di importatore netto, dovrebbe esserne maggiormente impattato. In quest’ultimo caso, la BCE potrebbe però bilanciare rimandando il rialzo dei tassi di interesse. Per quanto riguarda i Paesi emergenti, in linea di massima prezzi del petrolio più alti tendono a peggiorare la bilancia fiscale e commerciale, ma bisognerebbe fare dei distinguo tra singoli Paesi importatori ed esportatori. Infine, in merito agli investimenti, esistono diversi modi (oltre ad ETP che replicano la materia prima stessa) per cogliere il movimento dei prezzi dell’energia fossile. I titoli azionario del settore energetico (tanto europei che americani) sono una buona proxy, e i fondamentali restano ancora oggi a favore. Ma anche i bond ad alto rendimento Usa sono fortemente legati alla dinamica del petrolio, e anche qui gli spread giocano a favore. Inoltre rispetto ai bond emergenti stanno godendo di flussi positivi, Questi ultimi due temi possono quindi risultare adatti per cavalcare la fase di late-cycle che il mercato sta vivendo. (riproduzione riservata)