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L’impatto del low cost

Milano Finanza - Numero 207 pag. 45 del 19/10/2019

Milano Finanza Intelligence Unit

I costi che tendono allo zero battono ogni tentativo di gestire attivamente il portafoglio, ne è convinta Vanguard

L’impatto del low cost

In una recente analisi del team di ricerca di Vanguard vengono messe in luce le caratteristiche delle gestioni attive ad alto turnover, rispetto a strategie passive o attive ma a bassa movimentazione di portafoglio. Il tutto per sfatare alcune leggende metropolitane, che come si sa spesso evidenziano una parte poco significativa dell’intero fenomeno, come il fatto che basti acquistare un fondo con alta active share per ottenere ottimi risultati sul lungo termine. L’analisi di Vanguard ha al contrario messo in luce che, in media, le gestioni che si appoggiano a un elevato turnover del portafoglio e scostamento dal benchmark non riescono ad ottenere extra-rendimenti rispetto a gestioni a basso costo o caratterizzate da un basso allontanamento dall’indice di riferimento. Viene altresì rilevata una correlazione significativa tra la movimentazione del portafoglio di un fondo e le commissioni dallo stesso applicate verso i sottoscrittori, che porta ad una correlazione inversa rispetto al rendimento netto. Un ulteriore elemento allarmante risiede nel fatto che, secondo Vanguard, l’aumento della active share comporta una maggiore dispersione nei risultati finali, senza un parallelo aumento del rendimento medio atteso: il premio al rischio di tale strategia non trova quindi giustificazione, e i vantaggi vanno esclusivamente a favore delle società di gestione e non degli investitori. L’analisi di Vanguard si allinea peraltro a quanto ottenuto in molti approcci accademici nell’ultimo decennio. I dati utilizzati si riferiscono ai rendimenti mensili generati dai prodotti, sia in termini lordi che – elemento ben più importante per gli investitori- al netto dei costi, partendo dal 2003 fino al 2018. Molto interessante peraltro un elemento propedeutico all’analisi: durante tale arco temporale, sono sopravvissuti al tempo solo il 51% dei fondi attivi inizialmente identificati, fattore conosciuto come survivor bias. In merito all’analisi dei soli fondi a gestione attiva, si è evidenziato che la quota di active share è molto più elevata nelle gestioni che mirano alle società small e mid caps, piuttosto che alle blue chips, più ancorate in qualche modo al benchmark. La dispersione nei rendimenti generata dalle strategie ad alta active share è quindi più evidente nei fondi che guardano alle small caps, e meno invadente per le mid e soprattutto big caps. Distinguendo inoltre tra i rendimenti lordi e netti, si evidenzia una scarsa dipendenza (correlazione pari a 0,30) tra la quota di active share di un fondo e il rendimento rispetto al benchmark. Mentre in termini netti, ovvero considerando i costi applicati, la relazione tra la active share e il rendimento netto è di tipo inverso. Anche nello studio Vanguard Research Insight vengono messi in luce i vantaggi derivanti dal posizionarsi su prodotti a commissioni bassissime e assenza di gestione attiva. Poichè non è possibile controllare i mercati, è preferibile controllare gli importi che si pagano per investire in quanto i minori costi consentono agli investitori di beneficiare di una quota maggiore del rendimento generato dall’investimento, indipendentemente dai saliscendi dei mercati. Ne è una prova indiretta il fatto che i fondi azionari US Equity con expense ratio nel quartile inferiore hanno attirato 1250 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni, mentre quelli con expense ratio più elevati hanno visto diminuire gli investimenti. Ancora più evidente la dinamica per i prodotti obbligazionari a basso costo. (riproduzione riservata)



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