La sfida al ribasso delle commissioni degli Etf continua a portare vantaggi agli investitori finali, attraverso l’ esasperante corsa alla riduzione delle fees da parte dei soggetti che offrono gli strumenti finanziari passivi. La mossa provocatoria di Fidelity negli Usa dello scorso anno – ovvero offrire un panel di fondi indicizzati con commissioni di entrata e gestione pari a zero- viene di riflesso guardata con attenzione dagli asset manager europei, anche se il contesto da questa parte dell’oceano continua ad evidenziare un evidente lag temporale rispetto a ciò che accade negli Stati Uniti. Non è infatti da escludere che gli investitori possano in futuro vedere prodotti finanziari (estremamente semplici e legati a sottostanti standard e facili da replicare) che prevedano non solo una commissione pari a zero ma persino una ipotetica remunerazione aggiuntiva rispetto alla dinamica del sottostante. Da un lato i costi possono essere compressi attingendo a provider di indici molto convenienti in merito agli Etf, rispetto a brand più blasonati, ed adottando tecniche di ottimizzazione del portafoglio, ma il vero elemento che può fare la differenza risiede nell’utilizzo del prestito titoli. Con tale pratica si innesca chiaramente un rischio di controparte, fattore di rischio che non tutti i provider di Etf decidono di applicare sui propri prodotti, in quanto si trasferisce per intero sul cliente finale. L’effetto Vanguard è quindi già stato prezzato, e si segnala che già oggi sul mercato italiano dei prodotti passivi numerosi provider si posizionano a costi più bassi del colosso Usa. Anche se ormai pagare lo 0,05% annuo piuttosto che lo 0.07% annuo è ininfluente in termini di delta di performance, e si può considerare come mera scelta di marketing. Vediamo come si collocano oggigiorno i TER dei prodotti passivi italiana, anche attraverso il grafico in pagina che fotografa la distribuzione dei costi dei prodotti passivi aggregandoli per fasce di ampiezza pari a 0,10%. Più del 4% degli Etf quotati su ETFplus evidenzia TER annui pari o inferiori allo 0,10%, ma in tale cluster non ci sono solo prodotti monetari. Anzi i prodotti a minor costo sono emessi da Lyxor e JPM AM, che offrono l’azionario Usa e UK ad un costo dello 0,04% annuo. Seguono Amundi, HSBC, L&G e Invesco che si collocano allo 0,05% su un vasto panel di sottostanti azionari più qualche bond, mentre iShares sulle linee Core si affianca a Vanguard e ad un prodotto di X-trackers offrendo lo 0,07% annuo. Molto folta la schiera di Etf, sia azionari che obbligazionari, che si collocano tra lo 0,10% e 0,20% di TER annuo, e i due terzi degli Etp disponibili in Italia si collocano nel range 0,10%-0,50%. L’outlier che si osserva nel grafico (TER vicini al 2% annuo) è invece rappresentato dagli strumenti a leva 3 e 5, dai connotati molto differenti dai classici Etf. Si ricorda in ogni caso che altre voci di costo non esplicitate, oltre al TER che è in chiaro, sono il differenziale bid-ask e l’eventuale costo derivante dal hedging valutario, oggi particolarmente oneroso per quel che riguarda il dollaro Usa. (riproduzione riservata)