
Secondo Christopher Jeffery, Responsabile delle Strategie Macro per L&G Asset Management, le recenti illazioni in merito alla morte del dollaro statunitense sono esagerate, per una serie di ragioni. Guardando ai dati di mercato, il dollaro si è in effetti deprezzato di circa il 13% dall’inizio del 2025, ma le serie storiche evidenziano livelli di gran lunga più elevati (dollaro debole) rispetto alle attuali quotazioni. Infatti, se attualmente il cambio di riferimento è attorno a 1,14 dollari, nel 2021 era sopra 1,20 dollari e nel 2018 sopra 1,25 dollari. Per non parlare dei livelli post grande crisi finanziaria, dove il cambio si era portato oltre 1,50 dollari. Tecnicamente esistono, quindi, ancora ampi margini di indebolimento della divisa statunitense.
Tornando all’analisi di Jeffery, l’esperto non è affatto convinto della fine dell'eccezionalismo americano, della potenziale dedollarizzazione o della scomparsa dello status di valuta di riserva per il dollaro Usa. I dazi del Presidente Trump rendono gli Stati Uniti un partner commerciale meno prevedibile, il Congresso minaccia di aumentare le tasse sui beni statunitensi detenuti all'estero, ci si interroga legittimamente sulla durata dell'ombrello di sicurezza degli Stati Uniti e tutte e tre le principali agenzie di rating hanno ora tolto agli Stati Uniti lo status di AAA. Tutto ciò è sufficiente a mettere a rischio lo status di valuta di riserva del dollaro USA e cosa comporterebbe la perdita di tale status?
Negli anni Sessanta, Giscard d'Estaing parlò dell'esorbitante privilegio degli Stati Uniti di emettere la valuta di riserva mondiale; la perdita di questo privilegio potrebbe comportare un aumento dei costi di finanziamento del debito e un indebolimento del tasso di cambio. Per capire fino a che punto questo può accadere, basta guardare alla sterlina dai primi anni del 1900.
Euro-dollaro Usa

Prima della Prima Guerra Mondiale, ogni sterlina valeva circa 5 dollari e la sterlina era la valuta di default del commercio e della finanza internazionale. Tuttavia, gli sconvolgimenti di due guerre mondiali, la perdita dell'impero e il crescente peso economico degli Stati Uniti hanno visto vanificare questo status. Oggi, ogni sterlina vale circa 1,35 dollari. Si tratta di un calo di valore del 75% nel corso di poco più di un secolo. Jeffery si chiede se potrebbe accadere qualcosa di simile al dollaro Usa.
Il dollaro rimane dominante nelle riserve globali, nella liquidità e nella fatturazione commerciale. Continua a rappresentare quasi il 60% delle riserve di valuta internazionali e quasi il 90% degli scambi valutari a livello mondiale; oltre al 55% circa in termini di valuta di fatturazione a livello globale. In merito al rating AA, restano una manciata di Paesi che, per ora, riescono a vantare il massimo punteggio secondo S&P: si tratta di Svizzera, Australia, Svezia, Nuova Zelanda, Canada, Singapore, Danimarca, Paesi Bassi, Germania e Lussemburgo, molti dei quali contano veramente poco in termini di economia.
Nel mondo della realpolitik, è anche fondamentale che la spesa militare degli Stati Uniti sia all'incirca paragonabile a quella del resto del mondo. Il dollaro è stato recentemente sotto pressione, con un calo del 10% del valore del tasso di cambio ponderato per il commercio statunitense dall'inizio dell'anno. Ma questo è diverso dalla fine dello status di valuta di riserva del dollaro USA. I restanti Paesi AAA possono essere più solvibili degli Stati Uniti ma, ad eccezione della Germania, sono tutti piccoli mercati. Quando si tratta di scegliere una valuta di riserva globale, ci sono poche alternative al dollaro Usa.
È importante anche contestualizzare la recente performance: il dollaro è ancora del 10% al di sopra del suo valore medio di lungo periodo corretto per l'inflazione rispetto a un ampio paniere di partner commerciali. Il calo di quest'anno è si una battuta d'arresto, non certo una campana che suona a morto. (riproduzione riservata)