Il tema dei bassi costi diviene sempre più stringente ed acuisce la competizione tanto tra strumenti passivi ed attivi come tra gli stessi player che offrono solo soluzioni indicizzate. La guerra dei prezzi si fa sempre più evidente, in quanto il fattore costo è considerato uno dei driver principali per ottenere, sul lungo termine, sovra-rendimenti rispetto alla media delle strategie disponibili. Vanguard, in attesa che quoti anche sul mercato italiano strumenti passivi, segnala in una recente analisi quanto sia importante l’impatto dei costi sul risultato finale per un investitore. L’analisi parte dalla (interessante) considerazione che il mondo degli investimenti a gestione attiva deve comprendere anche le strategie indicizzate di tipo smart beta e fattoriali, e non solo i fondi gestiti attivamente. Tutto quanto infatti si discosta dalla classica market cap, introducendo regole arbitrarie nell’identificazione dei componenti dell’indice e relativi pesi, va considerato come gestione attiva, anche se applicata attraverso la veste di un Etf. Ma il concetto centrale da cui deriva la preferenza teorica che un investitore dovrebbe avere nei confronti degli Etf, rispetto alle gestioni attive, risiede nella constatazione che il mercato può essere considerato come un gioco a somma zero. In ogni istante, il mercato è rappresentato dalla somma cumulata di ogni posizione mantenuta dagli investitori; di conseguenza, il rendimento di mercato a livello aggregato non è altro che la somma dei rendimenti ponderati di ogni partecipante al mercato. Ne consegue che per ogni singola posizione che per qualche ragione sovraperforma l’indice di mercato, ci deve essere qualche altra posizione che lo sottoperforma, in modo che la somma sia pari allo zero. La media è ovviamente rappresentata dal rendimento dell’indice di mercato. Ad esempio, durante una fase bearish la strategia low vol potrebbe risultare premiante, ma a scapito di chi ha in portafogli la strategia size (che a sua volta offrirebbe vantaggi in fasi di mercato molto toniche). Si può quindi immaginare la distribuzione dei rendimenti di mercato come una gaussiana, dove il valore centrale è dato proprio dal rendimento dell’indice. In realtà, introducendo i costi di transazione e tutte le voci di costo associabili ad un investimento (tra cui i costi di gestione e amministrazione), si ottiene uno slittamento verso sinistra di tale curva. Ne consegue che maggiori sono i costi che vengono applicati, maggiore sarà la riduzione di rendimento per l’investitore, e la performance aggregata per gli investitori non sarà più a somma zero. Se inoltre si confrontano le distribuzioni probabilistiche degli extra-rendimenti di paniere diversificati fondi azionari e obbligazionari rispetto ai rendimenti dell’indice di riferimento, si può notare che la tendenza a sottoperformare è molto più evidente rispetto alla capacità di sovraperformare il benchmark. I costi incidono per questo aspetto in modo determinante, e un investitore che punta a minimizzare la possibilità di sottoperformance dovrebbe semplicemente limitarsi ad abbattere il più possibile i costi. Anche una analisi di Morningstar ha peraltro evidenziato che i valori più bassi di costo sono tra i migliori predittori delle future extra-performance. A maggior ragione se si considera che, come dimostrato da numerosi studi, non c’è persistenza nella capacità di singoli gestori di sovraperformare il mercato. Se un anno un fondo va nettamente meglio del mercato, l’anno successivo è probabile che ottenga il risultato opposto, e viceversa. (riproduzione riservata)