In un recente approfondimento LGIM analizza la relazione tra i portafogli fattoriali e il settore high tech, con interessanti conclusioni. Secondo Tim Armitage, analista quantitativo di LGIM, se è vero che la letteratura riconosce una buona schiera di fattori (momentum, low volatility, quality, size e value) da cui derivano i rendimenti azionari, l’investitore deve considerare che oggi una minima parte di essi può a tutti gli effetti essere considerata sia profittevole che trasparente. Tanto la letteratura che le applicazioni hanno messo in luce che i singoli fattori evidenziano, a seconda delle fasi di mercato, dinamiche differenti, e di riflesso un sapiente mix degli stessi può aiutare a ottimizzare il percorso per un portafoglio ben diversificato e robusto. Armitage sottolinea che se le correlazioni tra gli indici fattoriali possono anche essere non elevate sul lungo termine, ciò non necessariamente produce in modo certo ottime performance. Tra i rischi principali del factor investing si segnala così il decadimento dei fattori, l’affollamento (troppi investitori sullo stesso tema), un incremento delle correlazioni tra i fattori stessi, l’eccessivo contributo di singole azioni al rendimento finale (eccessiva concentrazione del basket). Ad esempio, il 2020 si è rivelato un anno problematico per chi ha utilizzato strategie fattoriali in ambito Usa, per via dell’eccessivo peso del settore tecnologico sui benchmark di mercato. Chiunque si fosse scostato in modo non marginale dagli indici classici ha dovuto fare i conti con l’eccezionale progresso del settore tecnologico, in particolare le aziende a maggior capitalizzazione, da cui ne è scaturita una sottoperformance rispetto alle scelte basate su indici market cap. Ciò è molto evidente, specifica Armitage, se si confronta l’andamento tra l’indice S&P500 in versione classica e lo stesso benchmark con applicata la strategia equal weight, che tende a spalmare molto meglio i pesi evitando le concentrazioni sulle maggiori capitalizzazioni. Il differenziale di performance nel corso del 2020 si è attestato al 10% circa a favore dell’indice originario, con tutte le sue problematiche di sovra-esposizione su specifiche azioni. Solo nel mese di settembre si è assistito ad un accenno di rotazione settoriale sfavorevole alla tecnologia, ma ad oggi è un movimento di breve termine. Questo non è invece stato osservato nel resto del mondo, dove il peso delle componenti high tech è molto meno significativo e fuorviante. Ed infatti le scelte fattoriali si sono comportate coerentemente alle aspettative, difendendo durante le fasi critiche dei mercati secondo il relativo beta ed offrendo il corretto contributo in termini di diversificazione. Una attenta valutazione della concentrazione degli indici, sia globali che fattoriali, è quindi tutt’oggi un obbligo, per comprendere a fondo a quali motori di performance e di rischio ci sta esponendo. (riproduzione riservata)