UBS AM segnala le criticità inerenti l’utilizzo dei bond governativi nell’attuale contesto di investimento. La capacità delle obbligazioni governative dei mercati sviluppati di proteggere i portafogli dagli shock è sempre più compromessa dal basso livello dei rendimenti dei bond, e la prossimità a livelli ormai incomprimibili pone ulteriori rischi. Il classico portafoglio 60/40 è divenuto così nel tempo sempre più rischioso, ma alcune vie di uscita ci sono secondo l’asset manager. Negli anni, un fattore di rischio che si è aggiunto ai portafogli globali ha a che fare con la duration degli indici di riferimento. Infatti i principali benchmark obbligazionari hanno visto via via allungarsi in termini di duration, in modo significativo. Ovviamente questo si associa ad un rischio di tasso che cresce esponenzialmente, e rialzi nei rendimenti di mercato faranno molto più male che nei decenni passati. Ad esempio, se negli anni 80 la duration dell’indice Bloomberg Barclays Global Aggregate oscillava nel range 4-5 anni, oggi tale metrica è salita sino a circa 8,5 anni, di fatto raddoppiandosi. Al tempo stesso sia la Fed che la Bce si sono ormai gettate alle spalle ogni margini di compressione dei rendimenti, e la strada è solo al rialzo. Le correlazioni inverse tra bond sicuri ed azioni si stanno inoltre ridimensionando, soprattutto nell’ambiente non Usa. Un recente studio di UBS AM mette in evidenza a tal proposito che in un contesto di inflazione che punta al 2,5% nel medio periodo si potrebbe persino mettere in conto una correlazione leggermente positiva tra azioni e bond governativi. Il portafoglio 60-40 ha tratto storicamente forza dal ribasso dei tassi, ma negli anni a venire qualcosa di nuovo deve essere inserito nei portafogli per ottimizzare la frontiera efficiente. D’altronde anche i bond tedeschi e giapponesi hanno espresso limiti, pensando alla funzione di hedging, durante la crisi del Covid-19. Una via di uscita risiede nella diversificazione geografica, e UBS AM vede un notevole valore nei bond governativi cinesi ma anche nei Treasury statunitensi. Da un punto di vista strategico, le obbligazioni cinesi sembrano offrire oggi la posizione migliore per assumere parte del ruolo tradizionalmente giocato dal debito del mercato sviluppato grazie a rendimenti elevati e correlazione verso altri sottostanti emergenti non elevata. L’asset manager si attende una maggiore capacità di decorrelazione da questo asset obbligazionario, rispetto a strumenti più diffusi, soprattutto in fasi critiche di mercato. L'aumento dell'esposizione al debito sovrano cinese è stato dimostrato migliora il rapporto rischio/rendimento nel medio termine per un portafoglio diversificato. Inserendo una quota del 10% di azioni e bond cinesi lo Sharpe ratio di un basket diversificato 60-40 passa, negli ultimi 5 anni, da 0,46 a 0,48 e il rendimento annuo dal 4,5% al 4,8% (la volatilità non sale). Francesco Branda, Head of Passive & ETF Specialist Sales Italy di UBS AM, segnala a tal proposito che l’Etf di casa si focalizza su uno specifico tratto della curva dei rendimenti 1-10 anni offrendo la possibilità di investire anche in bond emessi dalle tre Banche di interesse nazionale cinesi controllate dal Governo, da cui un aumento del rendimento. Ma UBS AM si attende resilienza e capacità di decorrelazione verso gli asset rischiosi, soprattutto in fasi di mercato critiche, anche da parte dei Treasury Usa almeno nei prossimi 2-3 anni. Una quota di governativi statunitensi è quindi utile anche perché permette di attingervi in modo efficiente in seguito a shock di mercato. (riproduzione riservata)