La ricerca di WisdomTree evidenzia alcuni fattori da tenere presente quando si decide di posizionarsi su sottostanti in euro piuttosto che in dollari Usa. I rendimenti espressi in valuta estera anziché in euro possono infatti differire notevolmente a seconda delle fasi di mercato, come si è osservato negli ultimi anni. Molti investitori si chiedono, alla luce dell’attuale scenario macro, quale potrebbe essere l’andamento della moneta unica nella seconda parte del 2018. Anche WisdomTree ammette in ogni caso che prevedere l’andamento dei tassi di cambio è un po’ come mettere insieme i pezzi di un complesso puzzle, e a tratti i dati da soli non sono sufficienti a completare il quadro e serve di riflesso una notevole inventiva. Per contribuire a inquadrare correttamente il possibile andamento dell’euro nei prossimi mesi del 2018, si è fatto anzitutto fatto un passo indietro osservando la performance relativa rispetto al dollaro USA negli ultimi dieci anni solari. Il 2014 e il 2015 sono stati i primi anni di deprezzamento dell’euro, o apprezzamento del dollaro, e a fine 2015 abbiamo osservato un tasso di cambio pari a 1,08 dollari. Il 2017 è peraltro stato un anno straordinario in termini di apprezzamento dell’euro. Gli investitori globali sono rimasti molto sorpresi nel 2017 dall’attività economica piuttosto forte dell’Eurozona e in molti hanno ipotizzato che la Banca centrale europea avrebbe interrotto il programma di allentamento quantitativo prima del previsto. Si è così chiuso il primo semestre 2018 con l’euro a circa 1,17 dollari, in linea agli attuali livelli. Sono sostanzialmente tre i pezzi più importanti del puzzle monetario, secondo WisdomTree. Il primo elemento da considerare è il trend ovvero il momentum. Guardando il posizionamento della media mobile a 10 giorni rispetto a quella a 240 si ottengono indicazioni di momentum interessanti. Le monete, storicamente, hanno sempre mostrato un comportamento tendenziale ed è utile conoscere il trend e ipotizzare quali catalizzatori potrebbero provocarne il cambiamento in futuro. Al momento, la tendenza sembra puntare più che altro verso un ulteriore deprezzamento dell’euro, a favore del dollaro quindi. Un altro elemento, di natura macro, è rappresentato dal potere della parità d’acquisto, e ciò permette di comprendere se una moneta è economica o costosa in uno specifico momento. Sulla base del Big Mac index, l’attuale livello del tasso di cambio euro-dollaro è in linea al livello auspicato dalla parità del potere d’acquisto: questo segnale oggi è quindi sostanzialmente neutro. L’ultimo fattore, non in ordine di importanza, è legato al differenziale dei tassi d’interesse. I tassi a due anni, collocandosi sulla parte corta della curva, sono molto più influenzati dalla politica monetaria, e la Federal Reserve li sta rialzando mentre la BCE ha dichiarato che non li aumenterà per un periodo di circa un anno. I tassi a 2 anni USA hanno esteso il vantaggio di rendimento rispetto ai tassi a 2 anni tedeschi da circa il 2,5% al 3,2% fino ad oggi nel 2018. I tassi a 10 anni, collocandosi sulla parte più lunga della curva, sono più influenzati dalle aspettative di crescita e inflazione. Nel 2018, i tassi decennali USA hanno esteso il vantaggio di rendimento rispetto ai tassi a 2 anni tedeschi da circa il 2% a circa il 2,5% fino ad oggi nel 2018. In teoria, gli investitori globali apprezzano di più i rendimenti alti che quelli bassi e ciò sembrerebbe quindi indicare un possibile apprezzamento del dollaro (debolezza dell’euro) in futuro. Tirando le somme, al momento si ritiene che ci siano due fattori (il momentum e i tassi d’interesse) che puntano a favore del dollaro Usa, e il terzo elemento (la PPP) è neutrale. E’ considerato più probabile che l’euro si deprezzi nel secondo semestre del 2018 rispetto al dollaro Usa. (riproduzione riservata)