Vanguard, nell’ultima ricerca condotta da un team di analisi interni, si concentra sugli aspetti della concentrazione del portafoglio azionario, cogliendone limiti e eventuali vantaggi. Alcuni investitori tendono a tal proposito a creare portafogli di azioni molto concentrati, costituiti da esempio da cinque o dieci temi. Ma non essendo tutti Warren Buffett, famoso per le sue scelte mirate a scapito della massima diversificazione, c’è da chiedersi se prevalgano i rischi di pescare dal cestino alcune mele marce o i vantaggi nello scegliere i temi che in futuro sovraperformeranno il mercato. Per tentare di rispondere a questo quesito gli analisti di Vanguard hanno effettuato una simulazione Monte Carlo (basata su 10 mila iterazioni) ricostruendo portafogli via via più concentrati e valutando le misure di rendimento atteso e rischio di sottoperformance rispetto al benchmark di mercato. Le simulazioni sono state effettuate prendendo il Russell 3000 come universo di riferimento, nel periodo 1987-2017. In tale arco temporale, guardando ai rendimenti delle singole azioni, si evince effettivamente (ex post) che poche azioni hanno determinato il grosso del rendimento totale del paniere. La mediana dei rendimenti complessivi si colloca significativamente lontana dal valore medio, il che implica che molte azioni hanno espresso performance deludenti e poche società (il 7% circa dell’universo di riferimento) hanno invece corso in modo eccezionale, con una performance complessiva oltre il 1000% in 20 anni; il problema è però come individuare queste ultime ex-ante. Da questa semplice considerazione si estrae un concetto importante. Agganciandosi involontariamente al proverbio “fammi indovino e ti farò ricco”, gli analisti di Vanguard segnalano che la probabilità di avere in portafoglio (anche casualmente) le suddette azioni vincenti necessariamente aumenta con l’aumentare della diversificazione del portafoglio simulato. Mentre coloro che si illudono di essere talmente bravi da saper individuare ex-ante i top performer in realtà resteranno con alte probabilità delusi. In merito alla simulazione su grandi numeri, la probabilità di riuscire a battere il benchmark scegliendo solo una azione è pari all’11% circa, e sale al 28% con cinque azioni e al 34% con quindici azioni. Man mano il portafoglio si fa più diversificato, sale però la probabilità di aver selezionato i temi vincenti; e così se si compone un portafoglio di 500 azioni, sulle 3000 originarie, la probabilità di battere il mercato si avvicina al 50%. Ma è possibile anche simulare la perdita di rendimento legata all’aver effettuato scelte mirate anziché diversificate. Posizionandoci ad esempio su un basket di 30 azioni si otterrebbe uno svantaggio annuo dello 0,4% rispetto al mercato, elemento che scompare se il basket è composto da almeno 500 azioni. La vera domanda che un investitore si deve porre è quindi se il gestore attivo a cui si sta pensando di affidare il denaro sia in grado di battere la statistica (basata su estrazioni casuali ripetute su larga scala) andando ad individuare alcuni dei temi vincenti ed escludendo le mele marce. Tenendo presente che tale operatività ha un costo notevole, non presente per gli strumenti passivi diversificati. Se la risposta è si, ben venga pagare laute commissioni di gestione, bilanciate da una soddisfazione come performance. Ma se le aspettative non sono così ottimistiche (come nella maggior parte dei casi) tanto vale minimizzare i costi e seguire il mercato. Warren Buffett escluso, ovviamente. (riproduzione riservata)