Il debito pubblico globale ha superato i 100 mila miliardi di dollari come volume, e Goldman Sachs Am cerca di capire cosa questo può significare per gli investitori. Simon Dangoor, Deputy CIO of Fixed Income and Head of Macro Strategies per Goldman Sachs Am, mette in evidenza che, nel corso degli ultimi quindici anni, una sequenza di shock globali – dalla crisi finanziaria del 2008, alla pandemia di Covid-19, fino alla crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina – ha gonfiato il debito pubblico a livelli senza precedenti, prossimi al 100% del PIL mondiale. Comprendere quali soluzioni abbiano realistiche possibilità di successo diventa cruciale sia per i governi sia per i risparmiatori.
Innanzitutto, Dangoor sottolinea che non esiste una vera e propria soglia di rapporto debito/PIL che determini automaticamente una crisi. Paesi come il Giappone, con un rapporto superiore al 200%, dimostrano come la sostenibilità del debito dipenda da fattori più ampi: credibilità istituzionale, condizioni macroeconomiche, politiche fiscali e monetarie e fiducia degli investitori. Tuttavia, una combinazione di crescita più lenta, tassi reali più elevati e riduzione degli acquisti di obbligazioni da parte delle banche centrali sta creando un ambiente meno tollerante verso livelli di indebitamento così elevati.
Tra le soluzioni convenzionali per uscire dall’impasse del debito, i governi possono migliorare la propria posizione fiscale riducendo i tassi, stimolando la crescita o consolidando i conti pubblici. Oggi, però, ciascuna di queste opzioni incontra ostacoli significativi.
In merito ai tassi più bassi lo spazio è limitato poiché l’inflazione rimane sostenuta da fattori strutturali e tutto ciò limita la possibilità di utilizzare la leva monetaria per alleggerire il servizio del debito. La crescita più alta è una speranza incerta, anche se l’adozione diffusa dell’Intelligenza Artificiale alimenta previsioni ottimistiche su un possibile aumento della produttività. Tuttavia, la storia insegna che i benefici delle innovazioni tecnologiche si diffondono lentamente. Il consolidamento fiscale è politicamente molto doloroso, e ridurre deficit e debito tramite tagli alla spesa o aumenti delle imposte richiede consenso politico, crescita economica robusta e banche centrali in grado di sostenere la congiuntura attraverso politiche più accomodanti.
Ci sono, però, anche vie non convenzionali per abbattere il debito, teoricamente disponibili ma in realtà impraticabili, prosegue l’esperto di GS Am. Si sta parlando di default (selettivi o meno), inflazione inattesa, repressione finanziaria. I default sovrani sono altamente improbabili per i Paesi del G7, data la necessità di mantenere accesso ai mercati finanziari. E oggi è difficile da ingegnerizzare l’erosione del potere d’acquisto reale, senza distruggere credibilità e ancoraggio delle aspettative. Infine, le politiche che indirizzano il risparmio privato verso titoli di Stato oggi contrastano con i mercati dei capitali aperti. Il risultato di tutto questo è un quadro in cui il debito rimane elevato e i deficit difficilmente si chiuderanno non certo a breve.
Per chi investe in obbligazioni governative, i titoli di Stato mantengono la capacità di proteggere nei periodi di rallentamento economico o shock geopolitici, tuttavia, se l’inflazione o i timori fiscali aumentano, la correlazione con gli attivi rischiosi può diventare positiva, indebolendo la funzione di copertura. In molti casi, le scadenze brevi restano più efficaci come hedge rispetto ai bond a lunga scadenza. Il peggioramento dei fondamentali fiscali tende, inoltre, a fare salire il term premium, spingendo verso curve più ripide negli Stati Uniti e in Europa. Questo favorisce posizionamenti che beneficiano di una pendenza crescente. Paradossalmente, molti Paesi emergenti presentano oggi finanze pubbliche più solide dei Paesi avanzati. Indonesia, Vietnam e Corea del Sud vantano livelli di debito contenuti e deficit ridotti, rendendoli potenzialmente candidati a un ruolo più stabile nei portafogli di lungo periodo.
Infine, Dangoor si sofferma sui Paesi sviluppati. Gli Stati Uniti hanno una forza strutturale e fragilità fiscale, ruolo ancora centrale del dollaro e mercato dei Treasury senza eguali per profondità e liquidità, dove l’indipendenza della Federal Reserve resta un punto chiave. Il Regno Unito sta affrontando una lenta ricostruzione della credibilità, mentre nell’Eurozona il nuovo epicentro del rischio è la Francia. Mentre Italia e Spagna hanno mostrato miglioramenti recenti, la Francia appare vulnerabile a causa della frammentazione politica e della mancanza di spazio per riforme fiscali significative. La prospettiva delle elezioni del 2027 e l’aumento dello spread francese riportano al centro la questione della sostenibilità in una delle principali economie del blocco.
La conclusione è che la nuova normalità è fatta di alto debito e alta incertezza, con il mondo che si deve preparare ad un lungo periodo di debiti elevati e deficit persistenti. La gestione attiva della duration, la selezione geografica e la comprensione dei rischi fiscali e politici saranno elementi imprescindibili per navigare un contesto in cui la stabilità non può essere più data per scontata. (riproduzione riservata)