Uno degli elementi sotto i riflettori mondiali, anche per l’impatto potenzialmente destabilizzante per i mercati, risiede nell’escalation osservata negli ultimi mesi in merito alla guerra commerciale attuata da Trump, e che a cascata sta portando a reazioni analoghe da parte di altri Paesi di primaria importanza. L’impatto sui mercati è evidente, ad esempio si è osservato un deciso sell-off sull’azionario cinese, che in poche settimane ha lasciato sul terreno circa il 10%, mentre le valute considerate beni di rifugio come yen e franco svizzero ne hanno approfittato. L’impatto delle tariffe sull’economia globale è consistente, e JPM AM fa il punto della situazione sottolineando alcuni aspetti della questione. Innanzitutto è bene distinguere tra le tariffe che sono già attive e quelle tuttora in discussione. Per ora i dazi più significativi sono stati imposti su prodotti quali il legno, le lavatrici, i prodotti solari, l’acciaio e l’alluminio, e a livello aggregato valgono circa 54 miliardi di dollari di importazioni americane. In termini percentuali l’impatto è pari al 2% di tutto quanto viene importato negli Usa, ma vale solo lo 0,3% del GDP totale nordamericano. Sull’altro fronte, come risposta ai dazi applicati negli Usa, sono state applicate tariffe che interessano circa 22 miliardi di esportazioni Usa, ovvero l’1% di tutte le esportazioni nordamericane. All’attuale stato dei fatti, questi numeri non sono determinanti e non riescono quindi ad avere una incidenza significativa sulla traiettoria della crescita Usa, come dell’inflazione. Il problema è però legato alle aspettative, ovvero al fatto se questa tendenza alla applicazione di dazi commerciali possa andare incontro ad una escalation. Nuove tariffe sono infatti sempre all’ordine del giorno, e man mano che si deciderà sulla effettiva introduzione si potranno valutare gli impatti sul sistema economico e sugli scambi commerciali. In particolar modo il focus sappiamo essere sull’export della Cina verso gli Usa. Il 6 luglio si prevede che le tariffe del 25% interesseranno 32 miliardi di dollari di importazioni cinesi, con un rimanente impatto di 14 miliardi di dollari ancora sotto esame. Sono state infatti proposte tariffe del 10% su ulteriori 200 miliardi di dollari, ma non è chiara la tempistica e c'è ancora meno chiarezza intorno agli ulteriori 200 miliardi di dollari, su cui applicare nuove tariffe, che sono stati preannunciati. Al tempo stesso la cifra di 450 miliardi di dollari di importazioni cinesi è incerta, e quindi a livello complessivo si sta parlando di numeri non quantificabili oggettivamente. Inoltre, il Dipartimento del Commercio sta conducendo un'indagine per capire se le importazioni di automobili e ricambi auto possano minacciare la sicurezza nazionale, e a loro volta essere soggette a tariffe. Dulcis in fundo, anche le discussioni con il Canada e il Messico sul NAFTA sono ancora in corso. Nel peggiore dei casi (entrano in vigore le tariffe sulle importazioni di 450 miliardi di dollari dalla Cina e 275 miliardi di dollari su ricambi auto e auto) potremmo vedere il 27% delle importazioni statunitensi soggette a nuove tariffe, che significa il 4% del Pil degli Stati Uniti. Tuttavia, estrapolare tutto ciò in un impatto sull'inflazione e sulla crescita è difficile, poiché implica numerose ipotesi su come i prezzi più elevati possano essere trasferiti al consumatore, nonché su come cambierà la produzione. Bisogna inoltre considerare i potenziali effetti indiretti dovuti a minor fiducia e interruzioni della catena di approvvigionamento. Di conseguenza, JPM AM considera le tensioni commerciali una fonte di rischio al ribasso per la crescita e una fonte di volatilità per i mercati, ma è comunque troppo presto per cambiare la visione costruttiva sull'economia degli Stati Uniti e sulle attività risk-on. (riproduzione riservata)