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Crisi geopolitica e oro: un equilibrio precario

18 aprile 2026, 02:00

Milano Finanza Intelligence Unit

Le banche centrali continuano a sostenere la domanda di oro, nonostante vendite strategiche in alcuni Paesi. VanEck sottolinea l'importanza della diversificazione delle riserve in un contesto di incertezza globale

Crisi geopolitica e oro: un equilibrio precario

Gli esperti di VanEck cercano di interpretare le recenti eccezionali oscillazioni dei prezzi dell’oro e dei gold miners. Il mese di marzo è stato caratterizzato da un sell-off significativo dei prezzi del metallo giallo, innescato dal rialzo dei tassi d’interesse e dal rafforzamento del dollaro, a dimostrazione di come la volatilità in fasi di crisi non rappresenti un’anomalia, ma episodi analoghi si sono già osservati.

L'andamento del prezzo dell'oro e i precedenti storici

A fronte di un’escalation geopolitica significativa, il prezzo dell’oro ha, infatti, corretto con decisione, dopo aver sfiorato nuovi massimi storici. Il massimo mensile di 5418 dollari, segnato il 2 marzo, ha sancito l’inizio di una discesa marcata, con il prezzo crollato fino a circa 4100 dollari il 23 marzo, per poi tentare un recupero ma con volatilità ancora molto elevata. Questo comportamento, apparentemente controintuitivo in un contesto di forti tensioni globali, trova spiegazione nella storia: nelle fasi iniziali della crisi finanziaria del 2008 e della pandemia del 2020, così come dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, l’oro ha subito ribassi iniziali a causa di esigenze di liquidità, rialzo dei tassi e rafforzamento del dollaro. Anche allora, dopo un breve rally, il metallo ha perso circa il 18%, evidenziando come fattori macro possano temporaneamente prevalere sulla domanda di bene rifugio.

L’attuale crisi introduce, inoltre, un nuovo shock petrolifero e un livello più elevato di rischio geopolitico: il rialzo del petrolio alimenta le aspettative di inflazione, spinge i tassi al rialzo e rafforza il dollaro, elementi che tendono a penalizzare l’oro nel breve termine, soprattutto in presenza di flussi sistematici e strategie algoritmiche, secondo gli esperti di VanEck. Va, poi, considerato che il metallo giallo ha registrato forti guadagni dal 2024, rendendo fisiologiche prese di profitto, come confermato dai deflussi dagli Etc sull’oro fisico, spesso utilizzato come fonte di liquidità nei momenti di stress di mercato.

Il ruolo delle banche centrali e la diversificazione delle riserve

Le banche centrali restano un pilastro della domanda, anche se la loro attività può rallentare nelle fasi più turbolente. Alcuni Paesi, come la Turchia, avrebbero venduto oro per sostenere la valuta, mentre gli acquisti da parte di Stati del Golfo potrebbero temporaneamente diminuire. Tuttavia, il trend di diversificazione delle riserve, in particolare lontano dal dollaro, rimane intatto e continua a essere supportato da nuovi acquirenti, tra cui Indonesia e Malesia.

È significativo che il livello dei 4000 dollari abbia tenuto, nonostante tassi in aumento, dollaro forte e deflussi dagli Etc; anche dopo la correzione, l’oro resta in rialzo di circa 350 dollari, pari a +8% da inizio anno (valori a fine marzo).

Guardando avanti, una volta superata la fase acuta del conflitto, il contesto globale tornerà probabilmente a un equilibrio caratterizzato da incertezza strutturale: deficit elevati negli Stati Uniti, aumento del costo del debito e progressiva riduzione della dipendenza dal dollaro da parte di molte economie, a cui si aggiungono i rischi per la crescita legati al petrolio, elementi che continuano a sostenere la tesi di lungo periodo sull’oro.

Analisi dei titoli minerari e costi di produzione

Sul fronte azionario, i titoli minerari hanno seguito la debolezza del metallo, con l’indice MarketVector Global Gold Miners in calo del 21,4% a marzo, pur mantenendo un progresso marginale da inizio anno; i fondamentali delle aziende restano, però, solidi, e ai livelli attuali la redditività è elevata. I prezzi intorno ai 4000 dollari supportano investimenti, buyback e dividendi, con costi medi pari a 1867 dollari per oncia, secondo Scotiabank. Anche considerando tasse, esplorazione e spese generali, il costo sale a circa 3525 dollari, con tasse e royalties come componenti principali e poco controllabili. L’aumento del petrolio dovrebbe incidere sui costi, ma in misura contenuta, con il carburante pesa per circa il 7%, e un raddoppio del prezzo del greggio potrebbe aumentare i costi del 10-20; ad esempio, Kinross Gold indica una sensibilità di circa 3 dollari per oncia ogni 10 dollari di variazione del petrolio. Eventuali interruzioni prolungate in rotte chiave come lo Stretto di Hormuz potrebbero creare criticità in Africa e Asia, ma gran parte della produzione è concentrata nelle Americhe e in Australia, aree con forniture energetiche più stabili. In questa fase, quindi, non si prevedono per ora revisioni significative delle stime sugli utili del settore: oro e titoli auriferi restano sotto pressione nel breve, ma i driver che hanno sostenuto prezzi sopra i 5000 dollari rimangono pienamente operativi nel medio-lungo periodo, conclude VanEck. (riproduzione riservata)



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