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Credenze errate sugli Etf

Milano Finanza - Numero 098 pag. 34 del 18/05/2019

Milano Finanza Intelligence Unit

Una ricerca di Vanguard mette in luce alcuni falsi miti inerenti la scelta degli Etf da parte degli investitori professionali.  

 

Nella edizione 2019 della Vanguard ETF Buyer Survey, indagine condotta dalla società di gestione Usa che ha coinvolto quattrocento investitori professionali europei che utilizzano Etf, si indaga su alcuni miti da sfatare relativi ai fattori che guidano le scelte di investimento in ambito Etf. Il primo mito da sfatare è inerente al fatto che gli investitori evitano i portafogli azionari globali, utilizzando gli Etf azionari solo per investire su mercati locali. Secondo la ricerca non c’è nulla di più falso, in quanto gli investitori professionali europei utilizzano gli Etf globali con l’obiettivo di diversificare il più possibile geograficamente i portafogli, anche se non disdegnano specifiche esposizioni per raggiungere determinati obiettivi. In Italia l’80% degli investitori professionali (il valore peraltro più elevato nel panel) interpellati dichiara di investire su Etf globali, mentre è più bassa la percentuale in Germania (59%), Regno Unito (51%) e soprattutto Svizzera (che si limita al 41%). Resta in ogni caso forte la domanda di prodotti passivi per investire su determinate aree di mercato, come Europa, Asia e America Latina. In Italia l’80% degli investitori professionali ha dichiarato di utilizzare gli Etf per investire sui mercati emergenti, mentre il 61% li utilizza per avere esposizioni sul mercato americano. Al fine di ottenere un’esposizione più mirata, in Italia (ma anche nel Regno Unito) si utilizzano maggiormente gli Etf settoriali (65%) e le strategie azionarie che guardano agli alti dividendi (41%), mentre in Germania e Svizzera sono più utilizzati gli Etf fattoriali (42% e 47%). In merito all’asset class azionaria, il favore maggiore va verso i titoli a grossa capitalizzazione, mentre mid e small caps restano scelte di nicchia.

Un'altra credenza errata inerente l’uso degli Etf è che gli investitori, per decidere quali strumenti utilizzare, guardino solamente al costo (ad esempio espresso dal TER). La realtà evidenzia però un’altra cosa, dove il costo è certo una variabile importante nella scelta degli Etf da inserire in portafoglio, ma si tiene in particolare considerazione anche la liquidità dello strumento e la capacità di replicare l’indice sottostante (ovvero il Tracking Error). Il TER dell’Etf è il principale fattore che determina la scelta di un prodotto per il 18% degli investitori interpellati, ma subito a fianco si colloca il fattore liquidità (17%) e il Tracking Error dell’indice (15%). A livello regionale esistono diverse priorità, ad esempio gli investitori italiani e svizzeri sono più sensibili al benchmark utilizzato  (27% e 21%), nonostante il 61% del campione ritenga che lo stesso indice non abbia nessun impatto sulla scelta degli Etf. Diversamente, in Germania si fa molta attenzione al costo (38%) mentre nel Regno Unito alla media dello spread denaro-lettera (21%), considerabile come vero e proprio costo aggiuntivo. Non sembra invece rilevante, nella scelta del prodotto, il patrimonio raccolto dallo strumento e il controvalore medio scambiato su base giornaliera. La liquidità e il costo sono inoltre i fattori più importanti in Italia quando gli investitori decidono di cambiare provider (87% e 84% rispettivamente), a parità di tipologia di sottostante. Ed anche nel Regno Unito sono i due elementi che di gran lunga dominano su altri fattori. In Germania la decisione di switch tra provider differenti dipende invece quasi esclusivamente dai costi inferiori, ed è anche il Paese in cui conta meno la capacità relazionale dei sales. (riproduzione riservata) 

 



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