E’ necessario pensare ai bond emergenti come ad valido un sostituto delle azioni più che di componenti fixed income tradizionali. Ne sono convinti i Vanguard, grazie ad un’analisi dove l’obiettivo è di comprendere che vantaggi possono derivare, in termini di portfolio allocation e rendimenti corretti per il rischio, dall’inserimento di quote via via crescenti di bond emergenti. Se infatti è palese che il rendimento, nel medio-lungo periodo, dei bond emergenti è più elevato rispetto alle emissioni dei Paesi sviluppati, non è detto che le metriche corrette per il rischio determinino un inequivocabile sbilanciamento verso la prima asset class, al posto di bond ad alto rating o azionario globale. Dalla lontana crisi del 1997, numerosi Paesi emergenti (anche se non tutti) hanno adottato scelte in grado di scardinare molti rischi un tempo presenti, attraverso misura finalizzate a rafforzare le economie locali, stabilizzare i bilanci statali, aumentare le riserve di valuta estera per fronteggiare future criticità. Nel frattempo, il valore degli investimenti globali in debito emergente (tanto in valuta forte che local currency) è esploso, passando dai 250 miliardi circa di dollari di fine millennio agli attuali 3 mila miliardi circa. Dieci Paesi esprimono i due terzi del totale emesso, con in testa Brasile, Messico, Cina e Indonesia, ma contrariamente a ciò che si potrebbe pensare una buona parte del debito emergente (circa il 60%) è a rating non contenuto, almeno BBB, e con duration inferiori ai cinque anni. La ragione principale che ha permesso a questa asset class di estendersi nel tempo è stata, oltre al miglioramento delle politiche monetarie ed economiche di molti Paesi in via di sviluppo, la ricerca esasperata di rendimento, che nel contesto obbligazionario sviluppato si è diradato. Tra i rischi odierni si segnalano invece le potenziali crisi geo-politiche, il rallentamento cinese, il dollaro forte e la correlata politica di normalizzazione monetaria Usa. Venendo alle logiche di portafoglio, Vanguard sottolinea che dal 2002 alla fine dello scorso anno i bond emergenti denominati in dollari hanno sovraperformato l’azionario globale, e in ottica di rendimento-rischio sono dietro solo ai bond governativi sempre emessi in dollari Usa. La recente debolezza quindi può annidare opportunità per l’investitore paziente. E se l’asset class è interessante ma molto rischiosa, è necessario capire quale percentuale inserirne in portafoglio, e a scapito di chi. Vanguard distingue a tal proposito due tipi di investitori, ovvero di portafoglio modello di partenza, uno di tipo income (100% bond) e l’altro di tipo bilanciato (60% azioni e 40% bond). Aggiungendo quote via via crescenti di EM bond ai portafogli così identificati, si può comprendere fino a che punto ha senso inserire tale asset class, e quale è il vantaggio che si può ottenere. Per l’investitore income, il vantaggio in realtà non esiste in quanto se è vero che il rendimento aumenta, sale molto di più il rischio; le misure di rendimento corretto per il rischio sconsigliano di abbandonare i bond domestici o diversificati a favore dei soli emergenti, in quanto il rischio non sembra pagare in modo adeguato. Diverso il contesto per l’investitore in grado di accettare volatilità, che parte con un basket bilanciato 60-40. Rimpiazzando quote di azionario (sia domestico che internazionale) con bond emergenti si ottengono evidenti vantaggi in termini di rendimento-rischio, fino ad un livello che non si deve portare oltre il 50% circa dell’investimento, sacrificando circa il 30% di azionario e il 20% di fixed income standard. I rendimenti dei bond emergenti appaiono quindi un ottimo sostituto di asset class rischiose, come l’azionario e i bond high yield, mentre non sembra sensato il confronto con il fixed income tradizionale. (Riproduzione riservata)