LGIM, attraverso l’analisi di Erik Lueth, Global Emerging Market Economist della società, fa il punto sulla delicata situazione del credito cinese. L’aumento dei livelli di debito in Cina dopo la crisi finanziaria globale (2008-2009) è stato senza precedenti, e ultimamente la situazione si è complicata. Nello specifico, il debito delle famiglie, delle imprese e del governo è passato dal 140% del Pil nel 2008 al 260% di oggi, un numero impressionante. Quando il debito cresce così marcatamente e velocemente, gli economisti dei mercati emergenti temono una dislocazione delle risorse, la quale molto spesso è seguita da una crisi finanziaria. Ma in realtà la Cina non è proprio un tipico mercato emergente anche perchè la maggior parte del debito è detenuto da imprese dello Stato o banche statali, e una parte ridotta da investitori stranieri. Ciò nonostante, il modo in cui il debito è strutturato è tale da porre in pericolo l’intero sistema finanziario e pesare dunque in maniera negativa sia sul nostro outlook relativo al rischio sistemico sia nei risultati a medio termine inerenti al rischio generale. All’inizio del 2020, lo stock del debito è stato sottoposto ad uno shock di proporzioni epiche. Una gran parte dell’economia si è arrestata, il 60% della forza lavoro è stata estromessa, e l’andamento dell’economia generale, la quale mediamente cresce di anno in anno del 6% circa, ha subito una contrazione del 10% nel primo trimestre. Preoccupati dagli effetti di una tale quantità di debito, LGIM ha sviluppato una scorecard (inteso come indicatore) che utilizza i dati provenienti da 14 indicatori suddivisi in quattro diversi settori (macro, proprietà, aziende, e banche) e assegna un codice di un colore diverso a seconda del livello di stress. Il risultato è che nessuno dei 14 indicatori presenta un colore rosso scuro, ovvero eccessivamente preoccupante. Alcuni indicatori - come quelli relativi alla crescita, alla vendita delle proprietà, ai profitti, e al livello di fiducia nelle imprese di piccole-medie dimensioni - si sono accesi di rosso nella parte iniziale dell’anno e da allora hanno recuperato. Cinque indicatori sono rossi e indicano un livello medio di stress: essi sono quelli che rilevano il livello (in questo caso ampio) del ricorso alla leva finanziaria, delle crescite, dei profitti, della fiducia nelle SME (piccole-medio imprese) e infine quello relativo ai non-perfoming loans. La maggior parte degli indicatori risulta ad ora di colore rosa, indicando un’assenza di stress. In particolare, quello relativo al settore delle proprietà ha superato lo stress da Covid-19. Anche le transazioni hanno recuperato in fretta e i prezzi non sono mai crollati. I default obbligazionari e i corporate spreads sono rimasti su livelli normali. Così come per le banche che non hanno mai evidenziato uno stress particolarmente elevato a proposito di finanziamenti – e questo vale anche per le shadow banks (sistema bancario collaterale). La maggior parte degli analisti si aspetta inoltre che la formazione totale di NPL rimanga ad un valore inferiore del 5% del portafoglio di prestiti, in quanto solo il 30% del totale del portafoglio di prestiti è esposto a settori vulnerabili che potrebbero rivelarsi insolventi. Il restante 70% dei prestiti è o ammortizzato o si tratta di crediti di proprietà dello stato. Si noti inoltre che le banche cinesi sono in grado di assorbire il 10% della formazione totale di NPL attraverso profitti, accantonamenti in eccesso e capitale in eccesso. La vasta quantità del credito cinese ha garantito il superamento di uno stress-test che si è spinto oltre quello che la gente avrebbe potuto immaginare, conclude Lueth. (riproduzione riservata)