Per Amundi la scelta vincente è un mix di investimenti attivi e passivi, non più in concorrenza tra di loro ma a braccetto per ottenere risultati migliori. In particolare, un recente studio di PwC ha mostrato che il peso degli investimenti passivi nei portafogli dei fondi pensione globali è cresciuto dal 19% nel 2017 al 25% nel 2020. I vantaggi principali sono che la relativa performance (verso l’indice) è altamente prevedibile, i costi inferiori a quelli dei veicoli attivi, la gamma di strumenti sempre più diversificata a livello di geografia, settore, temi d'investimento e tipologia di indice da replicare. Inoltre, la crescita degli indici smart beta ha compensato significativamente l'inefficienza degli indici tradizionali ponderati per la capitalizzazione. Ma anche la gestione passiva non è una panacea: il tracking error tende ad aumentare in determinate circostanze di mercato, in particolare in ambienti molto volatili, e gli indici standard sono spesso contaminati da distorsioni come un alto grado di concentrazione del rischio su pochi titoli. Inoltre, se tutti gli investitori adottassero la gestione passiva il volume degli scambi sarebbe essenzialmente spiegato dalla capitalizzazione di mercato, portando a un affollamento degli scambi e che comprometterebbe la fiducia nell'efficienza del mercato. La gestione attiva è quindi ancora necessaria, accanto a quella passiva, per permettere al mercato di funzionare correttamente. Gli investitori devono però essere consapevoli che i gestori attivi che sovraperformeranno nel futuro ambiente di investimento non saranno necessariamente gli stessi del passato. Considerando l’information ratio, che mette in relazione il rendimento derivante dalla gestione attiva di un portafoglio rispetto al suo rischio attivo (o tracking-error), la maggior parte degli investitori attivi punta ad avere un valore compreso tra 0,25 e 0,50 nel lungo periodo.
L’information ratio di qualsiasi gestore attivo risulta essere funzione dell'abilità del gestore e dell'ampiezza dell'universo di investimento, ma anche dalle condizioni di mercato: durante i periodi di alta volatilità dei mercati finanziari il tracking-error tende ad aumentare insieme alle correlazioni, riducendo così i valori potenziali dell’indicatore (che dovrebbe essere confrontato solo all'interno di universi relativamente omogenei di portafogli e non tra allocazioni a basso rischio e portafogli ad alto rischio). Una evidenza interessante, segnala Amundi, è che in realtà sono i gestori passivi che registrano i valori di information ratio più alti in quanto una gestione fiscale efficiente e le entrate derivanti dal prestito titoli sono fonti di valore aggiunto che aiutano i prodotti passivi a generare un extra-rendimento senza tracking-error, quindi un information ratio potenzialmente illimitato. Ma la vera domanda che gli investitori si fanno da sempre è se i gestori attivi sovraperformino o meno gli indici. Per Amundi l'alfa dei manager sembra esistere e mostra persistenza, ma più in ambito obbligazionario che azionario. I gestori di portafoglio di talento sono gli stessi che sono in grado di scegliere bene i titoli durante i periodi di boom e di avere un buon market timing durante i crolli, ma anche in grado di adottare una robusta diversificazione in termini di portafogli multi-asset. La maggior parte dei gestori attivi di fondi azionari statunitensi ha sottoperformato l'indice S&P Composite 1500 negli ultimi dieci anni, sottolineando la difficoltà di battere il mercato statunitense in quel periodo, ma la situazione ha iniziato a migliorare negli ultimi due anni. Se nel periodo 2010-2019 la quota di gestori che hanno battuto il benchmark oscillava stabilmente attorno al 30-35%, dal 2020 ad oggi è salita al 50% abbondante.
In ambito azionario i risultati migliori in termini attivi sono stati realizzati nel contesto emergente, small-mid caps e sostenibile. Quindi è preferibile un investimento attivo rispetto a uno passivo? Una recente indagine ha confermato in realtà un approccio salomonico, in quanto gli investitori istituzionali di piani pensionistici europei dedicano circa il 50% delle masse a strategie passive. Tra i vantaggi di queste ultime ci sono i costi e l’efficienza gestionale, mentre tra i pro della gestione attiva spiccano la possibilità di generare alpha e il maggior controllo del rischio. Quanto dedicare all’una o all’altra dipenderà da fattori come la filosofia d'investimento, gli obiettivi di rendimento e di rischio del portafoglio, la segmentazione del portafoglio su differenti asset class. In linea generale, il focus sui prodotti passivi è più adatta all'attuazione di decisioni di asset allocation tattica, mentre le strategie attive sono solitamente favorite quando l'orizzonte di investimento è pluriennale. Ma una sapiente combinazione di entrambe sembra essere la via migliore. (riproduzione riservata)