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Ai: i vantaggi e i rischi per gli investimenti

25 ottobre 2025, 02:00

Milano Finanza Intelligence Unit

Investire troppo in titoli AI può intrappolare il portafoglio in valutazioni gonfiate. L’alternativa? I settori che useranno l’innovazione per crescere

Ai: i vantaggi e i rischi per gli investimenti

Cinquanta anni fa nasceva Vanguard, con l’idea migliorare le performance degli investimenti nel lungo periodo abbassandone i costi al massimo. 20 anni fa l’asset manager è arrivato in Europa, sei anni fa in Italia, ed oggi può contare su 50 milioni di clienti e patrimonio di 11.600 miliardi di dollari. L’offerta prodotti si sta evolvendo ma salvaguardando la filosofia originaria focalizzata sulla parte core dei portafogli e sulla massima diversificazione, per non cadere in mode passeggere e portafogli troppo concentrati che possono portare a delusioni.

Joe Davis, global chief economist di Vanguard, si sofferma sugli impatti della AI (intelligenza artificiale) con una visione originale. L’AI non è un semplice progresso tecnologico, ma una forza economica in grado di riscrivere i trend storici di produttività, crescita e lavoro, superando perfino fattori considerati strutturali come la demografia. Questo genera un contesto pieno di opportunità, ma anche di rischi asimmetrici. Vanguard studia i fondamentali macro da tempo e, tre anni fa, si è deciso di sviluppare un modello più rigoroso per analizzare la probabilità e la portata di scenari non attesi dai mercati e dagli economisti. Si era, infatti, preoccupati del fatto che tutti avessero la stessa visione.

Se si guarda alle previsioni della Federal Reserve, la banca centrale stima per i prossimi uno, tre e cinque anni esattamente la stessa crescita e la stessa inflazione dei periodi precedenti: crescita al 2%, inflazione al 2%. La Bce fa lo stesso con numeri diversi, idem in Cina. Eppure, Vanguard osserva rischi in rapido aumento: deficit pubblici in forte crescita negli Stati Uniti e ora anche in Europa, tensioni geopolitiche e commerciali, in particolare tra Cina e Usa, e soprattutto l’impatto dell’intelligenza artificiale. Così si è deciso di raccogliere il più grande database al mondo sui fattori che determinano crescita, inflazione, tassi d’interesse e margini aziendali: tecnologia, debito, demografia, cambiamento climatico, globalizzazione, rischi geopolitici e molto altro.

Secondo i modelli proprietari di Vanguard, le probabilità che le previsioni delle banche centrali, dell’Fmi o della Banca Mondiale siano corrette nei prossimi 3-5 anni sono inferiori al 20%. Oggi l’economia mondiale si trova a lottare tra due spinte potenti e opposte. Da un lato, i deficit pubblici e l’invecchiamento della popolazione, un freno alla crescita, dall’altro, la più grande trasformazione del mercato del lavoro degli ultimi cinquant’anni, guidata dall’AI. Il risultato è che lo scenario stabile previsto dal consenso non è realistico. I dati indicano due possibili esiti: o bassa crescita, o (più probabilmente) un forte aumento della produttività e della crescita economica, ben al di sopra di qualsiasi previsione attuale delle banche centrali.

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda la demografia. Analizzando 300 anni di dati demografici in oltre 100 Paesi, si è scoperto che l’impatto della demografia sulla crescita futura è praticamente nullo. Nei Paesi in cui la crescita della popolazione è rallentata o è diventata negativa, la probabilità di un’accelerazione della crescita economica è stata storicamente del 50%: la stessa probabilità di una decelerazione. La tecnologia, invece, ha un peso 10-12 volte maggiore della demografia nel determinare gli scenari futuri.

Ecco perché lo scenario, secondo Davis, più probabile è un’accelerazione della crescita globale nei prossimi tre-cinque anni, trainata dall’adozione dell’Ia. Nei soli Stati Uniti, l’automazione generata dall’AI avrà un impatto equivalente ad aggiungere 20 milioni di lavoratori. In Europa, l’equivalente di oltre 7 milioni. In pratica, l’AI compenserà l’invecchiamento della popolazione. Parallelamente, si è analizzato anche l’impatto dell’AI sulle singole professioni, elaborando miliardi di job description in 800 categorie professionali. Risultato: entro cinque-sette anni, il 60% dei lavoratori negli Stati Uniti (e il 50% a livello mondiale) vedrà cambiare almeno il 40% delle proprie mansioni. Questo porterà a tre effetti: in circa 22% delle professioni ci sarà vera e propria sostituzione (job losses), soprattutto in settori ad alta qualifica come la finanza o l’It; nella maggior parte dei lavori, l’AI non sostituirà ma affiancherà i professionisti, aumentando la produttività; complessivamente, l’effetto netto sarà positivo per la crescita.

Dal punto di vista degli investimenti, però, c’è un paradosso storico che pochi stanno considerando: nelle fasi di grande rivoluzione tecnologica il settore It brilla nella prima metà del ciclo, ma poi sottoperforma nel ciclo completo. È accaduto con l’elettricità, con le ferrovie, con l’automobile, con il pc. Per questo Davis sostiene, contro-intuitivamente, che più si è ottimisti sull’AI nel lungo periodo meno si dovrebbe essere concentrati su titoli tecnologici nel portafoglio. La storia insegna che chi si concentra solo sui titoli tecnologici rischia di arrivare tardi o restare intrappolato nella fase in cui le valutazioni si gonfiano e poi si sgonfiano. Nei grandi cicli dell’innovazione, i vincitori di lungo periodo sono spesso nei settori che usano la tecnologia più che in quelli che la costruiscono: manifattura avanzata, servizi, sanità, aziende con forte leva sulla produttività. L’intelligenza artificiale può rendere più efficiente l’intero mercato. (riproduzione riservata)



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