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Sustainability

La scommessa dell’Ue per la moda green

Il 2025 sarà un anno cruciale per la scrittura di nuove regole sulla sostenibilità. Sotto la presidenza polacca dell’Unione europea si attende l’introduzione dell’obbligo di responsabilità estesa del produttore, ma anche l’elenco dei provvedimenti che avranno un impatto sul comparto. Fino all’introduzione di un passaporto digitale

di Andrea Guolo (Bruxelles)
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Il Parlamento Europeo (ph Imagoeconomica)
Il Parlamento Europeo (ph Imagoeconomica)

È iniziato un anno decisivo per la transizione sostenibile nella moda, in particolare per la definizione di regole che devono tutelare chi sostenibile davvero lo è. La problematica è stata al centro del vertice di Efa-European fashion alliance a Bruxelles dello scorso 4 dicembre, quando il presidente di Cnmi-Camera nazionale moda italiana, Carlo Capasa, ha evidenziato come in Europa stiano prevalendo, a riguardo, le tesi sostenute dai colossi del fast fashion che non tengono in considerazione criteri fondamentali, quali la durabilità del prodotto. «Efa è nata anche per contrastare queste posizioni. Le regole europee devono tutelare il bello e ben fatto e la supply chain, a cui dobbiamo l’eccellenza italiana nella moda», ha affermato Capasa. Cosa accadrà dunque nel corso dell’anno?

La scommessa dell’Ue per la moda green

Da Confindustria moda, associazione che raggruppa il mondo tessile e abbigliamento (ex Smi), il vice direttore e referente associativo del consorzio Retex.green (costituito per la responsabilità estesa dei produttori, ndr), Mauro Chezzi, evidenzia che: «Sono attesi due fondamentali provvedimenti legati alla Epr. Il primo, a livello europeo, è l’approvazione della direttiva per l’armonizzazione tra i Paesi membri e per l’introduzione dell’obbligo di responsabilità estesa, che ricadrà sul produttore per la gestione dei rifiuti e del fine vita del prodotto: è stato inserito tra i dossier prioritari dalla nuova presidenza polacca ed entro l’estate dovrebbe essere approvato, per poi andare a recepimento entro 18 mesi e in vigore nelle normative nazionale entro l’anno successivo, quindi 30 mesi in tutto. Il secondo riguarda l’Italia e consiste nell’approvazione del decreto interministeriale, sotto la competenza dei ministeri delle Imprese e dell’Ambiente, e che porterà chiarezze sugli obblighi in carico ai produttori tessili, di abbigliamento, calzature e articoli di pelletteria».

In Confindustria moda si aspettano l’approvazione del decreto entro il primo trimestre 2025, per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale entro l’estate, con la successiva concessione di un semestre per espletare le formalità che porteranno al riconoscimento, da parte del ministero dell’Ambiente, dei consorzi per assolvere gli obblighi di responsabilità e, dal 2026, per essere finalmente operativi nella raccolta differenziata dei capi che hanno la possibilità di una seconda vita. A seguire, nel 2026/27, è atteso l’atto delegato per il tessile ovvero il testo europeo più critico, quello che definirà i criteri di sostenibilità nell’ambito dell’ecodesign. «Si tratta di un documento tecnico ma estremamente importante, perché farà finalmente chiarezza e deve essere legato a temi come la durabilità, la riciclabilità e la riparabilità dei capi», ha aggiunto Chezzi.

Infine, nel 2028/29 sarà la volta dell’introduzione del passaporto digitale del prodotto, che definirà e conterrà le informazioni necessarie per una comunicazione efficace ai consumatori, in particolare la tracciabilità dell’origine di ogni fase di lavorazione. A latere, si attende l’entrata in vigore della direttiva Green chain, che determinerà l’obbligo per le aziende di presentare una documentazione provata sui comportamenti ambientali, della Crsd-Corporate sustainability reporting directive con l’obbligo imposto del bilancio di sostenibilità (già in vigore per le aziende sopra i 500 dipendenti e da quest’anno anche per quelle sopra i 250 addetti o 40 milioni di fatturato) e della direttiva sulla due diligence per l’analisi dei rischi estesa alla catena di fornitura.

Ci sono poi diverse questioni aperte, sulle quali interviene la presidente di Confindustria accessori moda, Giovanna Ceolini, in rappresentanza delle aziende della filiera pelle (calzature, pelletteria, pellicceria e concia). C’è il regolamento ecodesign (Espr), già entrato in vigore e sul quale sono state aperte le candidature per l’ecodesign forum, vale a dire un gruppo di 250 esperti che supporterà la Commissione europea nella sua implementazione. C’è quello sulla deforestazione (Eudr), applicabile dalla fine dell’anno in proroga rispetto all’iniziale previsione dell’1 gennaio 2025 e che risulta gravoso perché, come ha dichiarato Ceolini: «Impone che tutti gli operatori che commercializzano pelli bovine nell’Unione europea debbano verificarne la provenienza da aree non deforestate, tracciando pelle per pelle».

C’è la direttiva sui green claims, per la quale si attende chiarezza sugli obblighi di attestazione per le micro imprese, e poi ci sono molte altre normative che avranno un impatto sulle aziende della moda, dal regolamento sui tempi di pagamento all’accordo Eu-Mercosur, dall’Omnibus simplification package sugli obblighi di rendicontazione al Circular economy act sulle norme europee relative all’economia circolare. «Siamo convinti sostenitori della necessità e del bisogno di accelerazione che ha la nostra industria. Chiediamo però attenzione per i tempi di risposta delle aziende, che non hanno solo la necessità che si indichi loro il punto d’arrivo; hanno bisogno di essere accompagnate nelle tappe di avvicinamento. La transizione implica cultura specifica e costi di adeguamento di macchinari e processi produttivi», ha ribadito Ceolini. «E questo vuol dire formazione e accesso a finanziamenti, senza necessità di presentazione di garanzie gravose e con piani di rientro che siano definiti sulla base delle possibilità aziendali».

La presidente di Confindustria accessori moda è comunque convinta che la transizione sostenibile non sia una minaccia ma una risorsa: «Ha generato un nearshoring, con ritorno a produzioni in Italia per superare il fatto di avere fornitori lontani. È una risorsa se l’azienda riesce a comunicare i propri sforzi in termini di raggiunta efficienza produttiva e vantaggio competitivo sui concorrenti. È invece una minaccia se si pensa all’enorme, ma necessario, lavoro di moral suasion da fare con i consumatori, che spesso sono solo teoricamente disposti a pagare i costi della differenza tra un prodotto confezionato e certificato in maniera sostenibile e uno che non lo è. E alla fatica in azienda per raggiungere gli obiettivi prefissati». (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 08/01/2025 19:30
Ultimo aggiornamento: 08/01/2025 19:38
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