SustainabilityIl fashion raggiunge quota 5 miliardi di capi rimasti invenduti in un anno
La cifra si traduce in una perdita media dei profitti mensili del 20%, secondo l’ultimo report The state of fashion 2025 In vista del regolamento europeo Ecodesign, i brand investono sul tech per ridurre lo stock fino al 15%
Le sfide dell’industria della moda passano anche per la gestione dell’inventario. Le scorte in eccesso e le cosiddette rotture di stock che comportano ovvero l’esaurimento di un determinato articolo in magazzino o nel punto vendita a causa di una cattiva gestione della merce, hanno avuto un importante impatto sulle performance economiche dei marchi e il trend non sembra arrestarsi. Mano ai numeri, secondo le analisi di «The state of fashion 2025», si sono attestati tra i 2,5 e i 5 miliardi i prodotti invenduti da parte dei fashion player nel corso del 2023. Questi capi in eccesso si stima valessero tra i 70 miliardi e i 140 miliardi di dollari (dai 66 miliardi ai 133 miliardi di euro circa). Ciò si è tradotto in una perdita media del 20% dei profitti mensili dei marchi, a causa dell’imprecisione nelle taglie. Tra le conseguenze inevitabili, l’aumento della quota media degli assortimenti in sconto, che ha registrato un +5% nella prima metà del 2024 rispetto all’anno precedente.
Gli inventari di lusso sono invece aumentati del 2%. Per supportare una supply chain agile e pianificare ogni fase, i brand stanno adottando misure sempre più tecnologiche, soprattutto in vista dell’Espr-Ecodesign for sustainable products regulation per la progettazione ecocompatibile nell’Unione Europea. Questo comprenderà norme tra cui il passaporto digitale per la tracciabilità dei prodotti, mentre nel 2026 diventerà illegale la distruzione degli invenduti. Ma quali sono stati i fattori più impattanti sugli stock? In primis, il forte aumento delle micro-tendenze, che rende sempre più difficile individuare i gusti dei consumatori e quindi la domanda. I player dell’ultra fast fashion come Shein stanno ad esempio riducendo i tempi di commercializzazione a soli 15 giorni.
Secondo, la stagionalità imprevedibile causata dal cambiamento climatico, così come le catene di fornitura troppo lunghe che portano a tempi di consegna con flessibilità limitata. Per affrontare la problematica, la ricerca spiega che il 75% degli executive di moda prevede di dare priorità agli strumenti basati sui dati. I brand si stanno rivolgendo a piattaforme avanzate come Nextail e Blue Yonder per automatizzare i processi, dalla previsione della domanda all’allocazione dell'inventario. Il potenziale per ridurlo si aggira dal 5 al 15% e per il miglioramento sulle rotture di stock dal 15 al 25%. Sono e saranno sempre più utilizzate anche le modalità di shopping test and react e l’on demand.
Queste consentono di acquistare piccole quantità e testare le reazioni del mercato prima di riordinare. Inoltre, più le supply chain diventano complesse, più i marchi cercano di massimizzare l’efficienza attraverso analisi avanzate e gemelli digitali per modellare gli scenari su tutti i canali. Anche l’attenzione emergente alla redditività, tra volumi di vendita stabili e maggiori ribassi, spingerà l’ottimizzazione degli inventari nel 2025, mentre i costi di magazzinaggio, aumentati del 10% nel 2023, stanno portando le imprese a spostare la merce invenduta. (riproduzione riservata)