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Sustainability

La moda chiede l’ok all’Epr tessile

di Andrea Guolo
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Mauro Chezzi (courtesy Venice sustainable fashion summit)
Mauro Chezzi (courtesy Venice sustainable fashion summit)

Il primo trimestre 2026 dovrebbe vedere l’applicazione in Italia dell’Epr tessile, cioè la responsabilità dei produttori per lo smaltimento dei capi giunti a «fine carriera». A confermarlo, durante l’ultimo Venice sustainable fashion summit, è stata Laura D’Aprile, capo dipartimento per la transizione ecologica del Mase-Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Una svolta green che, in condizioni normali, avrebbe messo in allarme l’intero sistema moda e invece è fortemente voluta proprio dalle imprese che operano in Italia, che spingono per l’applicazione già da gennaio. Questo perché il fashion tricolore vede nell’entrata in vigore del regolamento europeo un’occasione per esprimere la propria forza rispetto alla concorrenza internazionale che, invece, le carte in regola non le ha. Di conseguenza, entro marzo, l’Italia dovrebbe farsi trovare pronta a una svolta epocale.

Ma il sistema è pronto? Sicuramente non lo è quello della raccolta. È stata la stessa rappresentante del Mase a precisarlo a Venezia, affermando che «nel 2023 è stato raccolto solo il 12% dell’immesso al consumo, un valore troppo basso per poter garantire alle filiere produttive quel che serve in termini di impiego rispetto alle finalità produttive del ciclo di recupero». Insomma, se non c’è raccolta sufficiente non ci sarà la quantità di materiale necessario per sostenere una supply chain del re-use: il motore è pronto ma manca la benzina. Benzina, peraltro, di pessima qualità perché, come ha raccontato a MFF Mauro Chezzi, vice direttore di Confindustria moda e referente associativo di Retex.green, l’ingresso massiccio in Italia dell’ultra-fast fashion ha compromesso la qualità del rifiuto.

Se quindi da un lato c’è il fenomeno del second hand per il lusso, che per Boston consulting arriverà a 360 miliardi di dollari al 2030, dall’altro c’è un aumento del passaggio in cassonetto di capi poveri, che non presentano alcuna potenzialità di business. C’è poi un altro aspetto tutto da verificare, quello dell’illegalità nel sistema di raccolta, a fronte dell’assenza di una reale verifica sulla corretta raccolta dei dati di immesso e recuperato. Siamo quasi all’anno zero, quindi, e il paradosso è che continueremo a star fermi fino a che l’Epr tessile non partirà davvero. Solo quando il decreto entrerà in vigore, infatti, si attiverà il circuito economico alimentato dall’obbligo, per le imprese, di iscrizione ai consorzi costituiti per la raccolta e, a quel punto, spinto dall’utilizzo dei fondi disponibili non solo per perfezionare la raccolta, ma anche per avviare gli investimenti tecnologici necessari.

Tutto ciò fa capire quanto il sistema sia in trepidazione per l’adozione del decreto congiunto di Mimit e Mase che darebbe il via all’Epr tessile, come evidenziato nell’appello firmato a ottobre da sei consorzi nazionali (Cobat tessile, Consorzio ecotessili, Consorzio erp Italia tessile, Consorzio Re.crea, Redress e Retex.green), costituitisi dopo l’introduzione in Italia della raccolta differenziata dei tessili e che sostengono che «un quadro normativo stabile, coerente e pienamente operativo sia fondamentale per garantire una gestione efficiente dei rifiuti tessili e consolidare la leadership nella sostenibilità della filiera nazionale». D’altro lato, ha precisato Slow fiber, l’Epr tessile da solo non basta perché «senza un ripensamento radicale dei volumi di produzione e consumo, la normativa rischia di affrontare solo gli effetti e non le cause dell’emergenza rifiuti». (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 08/12/2025 18:50
Ultimo aggiornamento: 09/12/2025 10:26
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