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Sustainability

La guerra dell’Ue contro l’ultra fast fashion

La Francia ha approvato un ddl che consentirà di imporre sanzioni a marchi come Shein e Temu per ridurre l’impatto ambientale e rallentare la produzione tessile, che crescerà esponenzialmente fino ad arrivare a 145 tonnellate entro il 2030. Il provvedimento, che arriva dopo il lancio del Bonus reparation, anticipa la volontà del governo di vietare l’export di capi e favorire il mercato interno del second hand

di Michela Frau
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Il Parlamento europeo di Bruxelles
Il Parlamento europeo di Bruxelles

L’Europa si muove per ridurre l’impatto del fast fashion. L’ultimo provvedimento arriva dalla Francia, con l’approvazione da parte dell’Assemblea nazionale di un disegno di legge che consentirà di imporre sanzioni economiche ai marchi dell’ultra fast fashion, come Shein e Temu. Il testo, che dovrà passare dal Senato per diventare ufficialmente legge, prevede sanzioni fino a 10 euro per ogni capo venduto, o fino a un massimo del 50% del prezzo finale di ciascun articolo. L’obiettivo è quello di contribuire a compensare l’impatto ambientale dell’industria del fashion tentando di rallentare l’immissione costante, e ultra veloce, di nuovi capi.

Una campagna Shein (ph official website)
Una campagna Shein (ph official website)

«Gli abiti che produciamo soddisfano una domanda già esistente», controbatte Shein, secondo quando riportato da Reuters, in risposta al nuovo decreto francese. «Il modello è basato sulla «manifattura on demand». Noi creiamo un design e chiediamo ai nostri fornitori fino a 200 esemplari per tutto il mondo. Poi lo mettiamo online e vediamo se e quanti consumatori acquistano il capo. Lo produciamo in base alla domanda, altrimenti mettiamo quei pochi esemplari in saldo e non lo riproponiamo. Così tagliamo gli scarti quasi a zero», aveva sottolineato a MFF Peter Pernot-Day, global head of strategy and corporate affairs dell’azienda cinese, a proposito della strategia che consentirebbe a Shein di mantenere bassi i prezzi e ridurre l’impatto degli scarti. 

Secondo i dati diffusi dall’Unione europea, la produzione tessile è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, passando dalle 58 milioni di tonnellate del 2000 ai 109 milioni di tonnellate del 2020. E la quota sarebbe destinata, secondo le stime, a crescere e raggiungere le 145 tonnellate entro il 2030. Per contrastare il fenomeno, e ridurre l’impatto sull’ambiente, l’Ue intende ridurre gli sprechi tessili, aumentare il ciclo di vita e il riciclo dei tessuti, come parte integrante del piano per raggiungere un’economia circolare entro il 2050. 

«Entro il 2030, i prodotti tessili presenti sul mercato dell'Ue dovranno essere durevoli e riciclabili. Il fast fashion per allora dovrebbe esser fuori moda», recita una risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2023, sulla strategia dell'Ue per prodotti tessili sostenibili e circolari (2022/2171(INI)). Normativa che propone anche l’obbligo di un passaporto digitale per i prodotti che ne indichi la composizione in modo da agevolarne il riciclo, la riparazione e il tracciamento delle sostanze pericolose al loro interno.

La nuova legge aiuterà a ridimensionare anche il problema della gestione dei rifiuti tessili, che per gran parte, circa l’87%, vengono inceneriti o portati in discarica. E se il mercato di Kantamanto in Ghana, accoglie circa 15 milioni di vecchi capi di abbigliamento a settimana, secondo le statistiche doganali cilene, nel 2022 nel deserto di Atacama sono arrivate circa 44 milioni di tonnellate di rifiuti tessili che hanno trasformato l’area in una discarica del fast fashion a cielo aperto. Ogni cittadino comunitario getta in un anno 11 chili di scarti, per un totale di 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili prodotti annualmente in Europa. 

Alcuni Paesi hanno già lanciato iniziative a sostegno dell’economia circolare. E tra questi la Francia si è mostrata particolarmente attiva e coinvolta, come dimostra l’iniziativa che vuole incentivare la riparazione dei capi. Il Bonus reparation consente di ottenere dai 6 ai 25 euro ogni volta che si sceglie di far rammendare un proprio indumento in una sartoria o calzoleria che aderisce al programma. E inoltre, secondo quanto riportato da Reuters, il ministro dell’ambiente francese avrebbe dichiarato l’intenzione di proporre un divieto dell’Unione sulle esportazioni di vestiti usati, in modo da favorire il mercato interno di second hand e ridurre i rifiuti tessili. (riproduzione riservata) 

Orario di pubblicazione: 15/03/2024 10:37
Ultimo aggiornamento: 18/03/2024 10:11
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