SustainabilityL’Onu scende in campo per la moda green
Le Nazioni unite hanno scelto l’Italia per lanciare l’Un fashion and lifestyle hub assieme al Fashion impact fund, Imark e alla Regione Toscana, che con il tessile muove oltre 4 miliardi di euro di business. «Prossimo step la Lombardia. Cerchiamo investitori, dai fondi ai brand del lusso», spiega a MFF Roberta Marcenaro, alla guida del progetto

La scadenza dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile con i 17 obiettivi interconnessi, sottoscritta nel 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni unite, è ormai dietro l’angolo e non è una novità che i progressi siano ancora lontani. È proprio questa corsa contro il tempo che ha spinto l’Onu a scendere ulteriormente in campo, partendo dall’Italia, per lanciare il suo primo Un fashion and lifestyle hub. Un progetto di rilevanza globale dedicato ai comparti moda e lifestyle, guidato dallo United nations fashion and lifestyle network, programma dell’ufficio delle Nazioni unite per le partnership e del Fashion impact fund e creato assieme a Imark impact e alla Regione Toscana. È proprio da qui che l’iniziativa ha avuto il suo kick-off. Non una scelta casuale, dato che il territorio toscano vanta un bacino di aziende tessili che contribuiscono a oltre 4,3 miliardi di dollari di fatturato all’anno (pari a 4,1 miliardi di euro al cambio di ieri).
Sede dell’inaugurazione dell’hub è stata Villa Petriolo, una tenuta a conduzione biologica e sostenibile immersa tra le vigne e gli uliveti a pochi chilometri da Cerreto Guidi (Firenze), dove si sono riuniti oltre 80 rappresentanti di marchi e aziende locali e regionali, istituzioni pubbliche e organizzazioni culturali per discutere e promuovere gli Sdg-sustainable development goals, nell’ottica di soluzioni comuni e tavoli di lavoro. «Vivo un momento di forza per la Toscana e sono emozionato per questo momento che ha concretizzato ciò che mi fu comunicato la scorsa primavera a New York nella sede dell’Onu. Il progetto sarà un cordone ombelicale che lega la Toscana alle Nazioni unite e ai 17 obiettivi di sostenibilità», ha esordito Eugenio Giani, presidente di Regione Toscana.
Traducendo in numeri l’impatto dell’industria della moda, con un business di 2,4 mila miliardi di dollari (2,3 mila miliardi di euro) e circa 300 milioni di persone impiegate, essa è responsabile dell’8% delle emissioni di gas serra mondiali e di 215 mila miliardi di litri di acqua consumati all’anno, mentre i tessuti rappresentano circa il 9% delle perdite annuali di microplastiche negli oceani.

«Siamo ancora lontanissimi dall’obiettivo dell’agenda. Sono tre anni che stiamo lavorando per il fashion e il lifestyle con Imark assieme all’Onu e abbiamo scelto la Toscana perché il nostro focus parte dal textile», ha raccontato a MFF Roberta Marcenaro, founder e ceo di Imark impact, oltre che ideatrice dell’hub. Imark impact è nata da Imark contestualmente al progetto, come società no profit basata a New York per il dialogo tra le Nazioni unite e i local hub mondiali. «Abbiamo fatto un piano strategico per fare una scale-up. Dopo la Toscana il secondo step sarà Regione Lombardia. Vorremmo fare un’inaugurazione per regione in Italia entro al massimo due anni. Abbiamo già moltissime richieste dei governatori. Entro il 2030 porteremo poi l’iniziativa in alcuni Paesi del Nord Europa, in Africa e negli Emirati Arabi Uniti. Ma voglio ricordare che ciò che facciamo non è un traguardo, ma un percorso», ha proseguito la numero uno, spiegando i criteri di valutazione per diventare hub dell’Onu, che «cambiano a seconda del livello dimensionale delle imprese, ma di base sono sempre incentrati su valori come inclusion, gender equality, education, parità di retribuzione, modi di produrre».
Tutte le aziende che diventano hub vengono quindi riconosciute green, ma al momento l’Onu opera sulla selezione come due diligence. «Stiamo cercando un ente per un’ulteriore validazione. La sostenibilità deve diventare un elemento strategico per i player, un vantaggio competitivo per la nostra nazione». Marcenaro ha quindi evidenziato l’importanza del confronto e dei tavoli di lavoro. «Il prossimo sarà ad aprile, sempre nella sede Onu a New York. I marchi devono lavorare in maniera integrata con le Nazioni unite». E ha proseguito: «Il progetto al momento non è finanziato, ma stiamo cercando investitori che seguano anche in prima linea tutti i roadshow. Possono essere dei partner finanziari come fondi o banche, oppure gli stessi brand del lusso che potrebbero in questo modo creare un sistema per aiutare le aziende più piccole. Inoltre, per aumentare la strategia nazionale, siamo in dialogo con il governo e con il ministro Adolfo Urso».
A farle eco, Kerry Bannigan, executive director del Fashion impact fund, che ha aggiunto a MFF: «Questo progetto porterà a una partnership trasformativa. Il nostro obiettivo è mostrare le best practice per poter ispirare altre azioni. Grazie all’apertura degli hub nel mondo troveremo soluzioni locali per il cambiamento globale. Abbiamo le risposte, ma abbiamo bisogno di più collaborazione tra gli stakeholder, distribuzione finanziaria e una nuova mentalità per nuovi risultati. Credo che la moda abbia un potere di connessione fenomenale e sia già in un mindset di cambiamento educativo».
Tra i protagonisti dei panel, Elisa Zambito Marsala, manager of education ecosystem and global value programs di Intesa Sanpaolo, ha messo l’accento sugli obiettivi di education del gruppo bancario e sull’osservatorio Look4ward, mentre Sauro Guerri, presidente dell’azienda Progetto lana, ha ribadito il problema sull’impossibilità del distretto pratese di prepararsi al cambiamento in tempi così stretti di fronte alle nuove normative sul riciclo. «Per il cambiamento è necessario educare i giovani a un’economia circolare», ha infine concluso Niccolò Cipriani, founder e ceo di Rifò. (riproduzione riservata)