SustainabilityJeremy Rifkin al Sea beyond centre di Prada: «Studiamo un modello di low entropy fashion»
«Dobbiamo passare a un abbigliamento organico», spiega a MFF l’economista e saggista Usa. Che, ospite del progetto avviato da Lorenzo Bertelli con l’Unesco, dice: «Alla moda serve circolarità»

«Per inquinare meno bisogna produrre in maniera più responsabile. Serve una sorta di moda clean e che chiamiamo a bassa entropia». Con queste parole Jeremy Rifkin ha risposto alla domanda di MFF sul ruolo in generale dell’industria fashion, considerata come una tra le più inquinanti anche per l’utilizzo di acqua, durante un incontro in collegamento video con un gruppo di dottorandi delle università Iuav, Ca’ Foscari e Università di Padova e del Cnr Ismar-Istituto di scienze marine per discutere del futuro del pianeta e dell’oceano. L’appuntamento, in scena martedì scorso sull’isola di San Servolo a Venezia, è stato ospitato dal Sea beyond ocean literacy centre, progetto del gruppo Prada aperto ad aprile scorso e dedicato all’educazione sull’oceano in collaborazione con la Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco.
Il celebre economista, sociologo e attivista statunitense, autore di molteplici volumi e consulente per le politiche ambientali della Commissione e del Parlamento della Ue, sempre martedì ha aperto la prima edizione della Venice climate week ideata e diretta da Riccardo Luna in collaborazione con il Future food institute fondato da Sara Roversi e in scena fino a domenica, parlando del suo libro Planet aqua. Sempre rispondendo alla domanda se l’unica soluzione per la moda sia produrre meno o se ci possono essere altre strade, Rifkin ha aggiunto: «È incredibile quanti vestiti nuovi compriamo ogni settimana negli Stati Uniti e poi li buttiamo via. Ma è sorprendente anche quanto, durante la creazione di questi abiti, molti materiali vadano persi».

Poi, l’economista ha proposto la sua ricetta: «Dobbiamo passare maggiormente all’abbigliamento organico. Dobbiamo essere in grado di riciclare e inserire la circolarità in ogni aspetto dell’industria della moda. Abbiamo bisogno di circolarità in ogni luogo, perché la moda è un problema importante. Amiamo la bellezza della moda, ma ha anche un lato oscuro». Lo stesso, che ha parlato anche dell’importanza di minimizzare l’uso di risorse non rinnovabili e ridurre la produzione di rifiuti, ha poi aggiunto: «Oggi ci sono giovani generazioni di designer che stanno iniziando a praticare una moda che potremmo definire pulita e a bassa entropia (minimizzando la produzione di scarti e l’uso di energia, ndr). L’industria della moda sta iniziando ad agire nel verso giusto, ma possiamo essere molto più saggi».
Durante il momento di confronto, Rifkin ha poi rivolto un appello ai giovani con una provocazione contenuta anche nel recente libro. «Ribattezzare la nostra casa Pianeta acqua non è soltanto un esercizio retorico, ma un cambiamento del senso di orientamento planetario della nostra specie. Quando un bambino chiederà ai genitori come si chiama questo posto, gli stessi gli diranno che vive su un pianeta d’acqua. Questo cambierà l’intero paradigma». Non è infine mancato un riferimento a Venezia e al suo fragile ecosistema nell’era del climate change. Lo stesso Rifkin ha concluso: «Sarebbe interessante se due città come Amsterdam e Venezia si mettessero insieme per immaginare come creare le tecnologie per un corretto utilizzo dell’acqua, quindi radunare insieme ingegneri, scienziati e società civile per capire come essere giusti amministratori delle acque e non sfruttatori». (riproduzione riservata)
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