SustainabilityIl fashion retail italiano ancora debole nell’Esg
«Le normative Ue e il digitale aiuteranno la transizione eco, mentre i player internazionali faranno da traino», spiega Bain & company a MFF. Ma la moda tricolore resta indietro su decarbonizzazione, biodiversità, circolarità e obiettivi di diversity & inclusion
Il retail italiano della moda non soddisfa ancora i requisiti sufficienti per la sostenibilità. È quanto emerge dal primo Retail Esg pulse check di Bain & company Italia interamente dedicato ad analizzare, attraverso i bilanci di sostenibilità pubblicati dalle aziende, il livello di maturità Esg del settore retail tricolore. In riferimento a quattro macro aree legate a natura e clima, persone, gestione degli sprechi e circolarità, divulgazione e trasparenza, si è delineato un quadro acerbo rispetto al soddisfacimento dei requisiti Esg.
«Sebbene la sostenibilità sia balzata in cima all’agenda dei retailer, alla luce delle aspettative dei consumatori, degli investitori, del regolatore e di tutti gli altri stakeholder, questa è una sfida sistemica e complessa per il comparto, che coinvolge innanzitutto durata e qualità dei prodotti», spiegano a MFF Andrea Petronio, senior partner e responsabile italiano retail, e Matteo Capellini, expert partner di Bain & company. «I marchi sono oggi ancora lontani dalla meta. Passare dagli impegni all’azione è difficile sia per un problema di costi, sia perché i margini sottili dei rivenditori e di molti dei loro fornitori rendono questo costo aggiuntivo un ostacolo al progresso».
Questo contesto è ulteriormente aggravato dalla mancanza di incentivi fiscali e dall’incertezza dei consumatori che, come spiegano Petronio e Capellini, «affermano di voler cambiare il proprio comportamento d’acquisto e le proprie abitudini, ma questo non sta ancora avvenendo e spesso non sono disposti a pagare di più per le opzioni sostenibili, soprattutto in un momento di inflazione come quello attuale». Il settore dell’abbigliamento, soprattutto confrontato al segmento della grande distribuzione organizzata, mostra comunque una buona attenzione rispetto alle tematiche Esg anche guidato dalla maggior pressione sociale e mediatica che il settore sta affrontando. «Tuttavia, in termini di decarbonizzazione, biodiversità e circolarità, l’industria è ancora molto indietro», aggiunge Petronio.
Su tutti, i valori più bassi riscontrati riguardano il recupero dei rifiuti, con un incidenza di solo il 29%, e il divario retributivo tra uomini e donne, soprattutto in riferimento agli obiettivi a lungo termine, che invece registra un impatto poco inferiore del 28% nei report aziendali. «I player internazionali mostrano un impegno maggiore e degli obiettivi più sfidanti, che i competitor italiani stentano ancora a eguagliare», proseguono i partner di Bain. «Il miglioramento dei retailer italiani è legato all’ispirazione delle best practice dei loro concorrenti internazionali che sono più attenti soprattutto per quanto riguarda la definizione di obiettivi di medio e lungo in cui si rivelano particolarmente ambiziosi, e sui temi di decarbonizzazione e diversity».
Per supportare lo sviluppo del fashion retail in Italia, «il digitale è uno strumento fondamentale. Il digital passport, ad esempio, permette di dare visibilità ai consumatori dei principali dati relativi al prodotto e i suoi impatti», concludono. D’altra parte, secondo gli esperti, le normative europee sono il driver fondamentale per questa transizione. I retailer iniziano a vedere una richiesta di mercato e sentono la spinta forte del regolatore. Quindi l’Europa sarà apripista in questa direzione rappresentando un’ottima opportunità per un importante vantaggio competitivo. (riproduzione riservata)