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Sustainability

Filiera e green, il futuro è nella cooperazione

Da Dolce&Gabbana a Prada, emerge l’esigenza di scelte consortili per agevolare l’applicazione delle normative sull’economia circolare e i diritti umani

di Giada Cardo
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La tavola rotonda di CastaldiPartners
La tavola rotonda di CastaldiPartners

Il lusso fa fronte comune davanti alla sfida dell’applicazione delle normative Ue sulla sostenibilità. Una chiamata alla collaborazione che fa i conti con fattori strategici, finanziari, dimensionali e territoriali, e che arriva da alcuni rappresentanti di grandi aziende della moda e dell’alto di gamma, da Dolce&Gabbana a Prada, da Ferragamo Louboutin e Audemars Piguet, riunite a Milano per la tavola rotonda «Fashion and sustainability», organizzata da CastaldiPartners nell’ambito della Legal community week.

Tra i temi affrontati, l’economia circolare e il problema dello smaltimento degli stock invenduti, i diritti dei lavoratori e la comunicazione, dai green claims al greenwashing, nell’ottica dell’evoluzione del quadro normativo comunitario. In particolare, il settore è chiamato a confrontarsi con le direttive di Bruxelles sulla rendicontazione di sostenibilità e sulla due diligence sulla supply chain, oltre che con la direttiva quadro sui rifiuti in fase di modificazione.

«Si tratta di misure necessarie e importanti per il produttore, che andranno però a impattare in maniera indiretta anche la filiera, minacciandone la sopravvivenza sul lungo periodo», spiega a MFF Alessia Oddone, partner dello studio legale. «Se il produttore si troverà di fronte a un costo e delle richieste gestibili, le stesse saranno più difficilmente applicabili per le piccole e medie imprese che formano l’articolato tessuto produttivo italiano».

Fare sistema su più fronti emerge quindi come la via auspicata proprio per preservare la salute dell’indotto. Un cambio di passo necessario che trova un punto di riferimento in realtà consortili come Re.crea, il progetto avviato due anni fa da Cnmi-Camera nazionale della moda italiana con sei soci, Dolce&Gabbana, Max Mara fashion group, Otb-Only the brave, Prada, Moncler ed Ermenegildo Zegna.

«La singola azienda farà fatica a stare al passo con le richieste dell’Ue, per questo la cooperazione sia a livello di produttori sia a livello di filiera è una buona idea», prosegue l’avvocato, pur aggiungendo che «ci deve essere anche supporto da parte delle autorità, per esempio con sgravi fiscali sull’esempio di quanto fatto negli Stati Uniti». Ai grandi brand va quindi il compito di dare il passo, modificando l’attitudine alla mancanza di collaborazione prevalente in passato.

«Noi rappresentiamo alcune grandi aziende, ma per vincere la sfida della sostenibilità, che è sia ambientale che sociale, bisogna pensare agli anelli della catena di fornitura così come ai marchi emergenti che non hanno la possibilità di sostenere certi costi e convogliare le risorse», spiega Luca Chiama, legal director di Prada group, richiamando l’attenzione sul fattore collettivo.

«Anche per i diritti umani la chiave sta nella collaborazione», prosegue l’esperto, che auspica la creazione su questo fronte caldo di consorzi che riportino a terzi per l’emissione di report lungo tutta la filiera, così da fornire ai brand un quadro chiaro sui loro fornitori.

«La sensazione è che chi scrive questi regolamenti non abbia idea di come funziona realmente la filiera della moda», sottolinea Fabrizio Caretta, group general counsel di Dolce&Gabbana, auspicando un maggiore dialogo tra operatori di settore e istituzioni a monte dell’iniziativa legislativa. Un punto condiviso da Claudia Ricchetti, general counsel e board secretary di Ferragamo.

«L’eccesso di regolamentazione e il tempo ridotto in cui ne viene richiesta l’applicazione minacciano di far sparire le pmi con i loro patrimoni di conoscenze e competenze che non sono rimpiazzabili», spiega. E in effetti, la normativa europea corre veloce.

In Italia, a luglio entrerà in vigore l’obbligo di rendicontazione secondo la Csrd-Corporate sustainability reporting directive, mentre dal 2026 sarà applicata la Csddd-Corporate sustainability due Diligence directive, nota anche come Eu supply chain act, che misurerà l’impatto sui diritti umani e ambientali. Intanto si attende la seconda bozza di decreto legislativo sui rifiuti tessili, di cui la prima versione era stata ritirata dal governo dopo le critiche degli operatori. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 12/06/2024 19:30
Ultimo aggiornamento: 12/06/2024 20:01
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