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Sustainability

Davos spinge sulla moda circolare

Ogni anno, l’85% dei prodotti tessili finisce in discarica. All’evento figure come Patrice Louvet, ceo di Ralph Lauren, hanno parlato di possibili soluzioni. La priorità è investire nella supply chain ed educare i consumatori

di Martina Ferraro
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Il panel dedicato alla moda al World economic forum (courtesy World economic forum)
Il panel dedicato alla moda al World economic forum (courtesy World economic forum)

L’industria della moda rappresenta il 10% delle emissioni globali annuali di carbonio. È responsabile di circa il 20% dell’inquinamento delle acque reflue industriali in tutto il mondo. E non finisce qui. Ogni anno l’85% di tutti i prodotti tessili finisce in discarica. L’enorme impatto ambientale del settore fashion richiede un ripensamento sistemico dei modelli di produzione e consumo, promuovendo al contempo l’uso di materiali riciclati e rigenerati.

Ma quali sono i percorsi «giusti» per trasformare la moda in rifiuti «design out»? Questo è stato il punto di partenza del panel «From waste to wardrobe: making circular fashion fashionable» tenutosi a Davos, in Svizzera, per l’incontro annuale del World economic forum. A prendere parola durante l’incontro Suchitra Lohia, vice ad dell’azienda thailandese produttrice di fibre di lana e prodotti chimici Indorama ventures, Patrice Louvet, ceo di Ralph Lauren corporation, Margaret Zhang, caporedattore di Vogue China, e Leslie Johnston, ceo di Fondazione Laudes. Lohia ha spiegato come sia necessario partire dai materiali impiegati per la produzione di capi. «Oggi si produce soprattutto con poliestere, che è usato in grandi quantità, anche perché è economico. È necessario usare materiali riciclabili.

L’iniziativa Rehabs Europe è stata istituita proprio per affrontare questa sfida e Indorama è felice di esserne parte. Rehabs Europe ha come obiettivo riciclare 2,5 milioni di rifiuti tessili entro il 2030», ha dichiarato l’ad di Indorama ventures. «Se dovessi usare tre aggettivi per descrivere Ralph Lauren, direi qualità, autenticità e senza tempo», ha poi dichiarato Louvet, ceo della fashion company americana. «E per fare questo c’è bisogno di un grande lavoro sui materiali utilizzati. Dobbiamo trasformare l’industria. Ma una sola azienda non può fare la differenza». Il manager ha menzionato le iniziative già in atto all’interno della società, come l’adozione di un macchinario per trasformare il cashmere. Ad oggi, ha evidenziato il ceo, l’89% dei materiali utilizzati da Ralph Lauren è proveniente per l’89% da fonti sostenibili. Entro fine anno si vuole raggiungere il 100%.

«Dobbiamo servire sia le persone che il pianeta. L’innovazione è la chiave, ma non possiamo fare nulla senza collaborare», ha poi sottolineato Johnston di Fondazione Laudes. Nata nel 2010, è impegnata a rispondere alla duplice crisi della disuguaglianza e del cambiamento climatico sostenendo i progetti di varie industrie. La sua iniziativa di punta è Fashion for good. «La priorità è cambiare la supply chain», ha spiegato. E a tal proposito la piattaforma con sede ad Amsterdam, assieme alla sua rete di investitori, dal 2017 ha destinato 1,9 miliardi di euro in finanziamenti ai player che stanno rimodellando il futuro del settore. Infine, è intervenuta anche il caporedattore di Vogue China, a cui è stato chiesto quanta sensibilità e attenzione ci sia in Cina relativamente al tema della sostenibilità della moda. Zhang ha spiegato quanto sia necessario che l’industria abbia una voce autorevole in grado di influenzare in modo tangibile i consumatori. «Si dovrebbe parlare di più, fornire maggiore conoscenza su quelle che sono le conseguenze delle scelte di consumo». Anche Zhang ha evidenziato che tutto dovrebbe partire dalla produzione, dalla supply chain, che dovrebbe adottare nuove tecnologie. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 18/01/2024 19:35
Ultimo aggiornamento: 18/01/2024 19:35
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