SustainabilityDa Brunello Cucinelli ad Armani, ora i brand investono nelle farm
Tracciabilità, qualità e sostenibilità spingono il lusso verso acquisizioni e sinergie con società agricole e allevamenti. E dopo Hermès ed Lvmh nei pellami, al via i progetti per l’agricoltura rigenerativa
Gli interessi del lusso si estendono alle aziende del primario. Tra le ragioni c’è la necessità di operare partendo da materie prime tracciabili e sostenibili, esigenza che apre la possibilità di un rilancio di attività scomparse o marginali in Italia ed Europa. È il caso della bachicoltura, centrale per la produzione di seta e oggi quasi monopolizzata dalla Cina, dove esistono progetti per il rilancio della filiera made in Italy. Ed è il caso del cotone, con il progetto Apulia regenerative cotton project sostenuto da Giorgio Armani assieme alla Fashion task force di re Carlo III, presieduta da Federico Marchetti con il supporto di PwC Italia, che promuove la coltivazione di cotone sostenibile in Puglia. Un altro progetto nell’ambito della task force è Himalayan regenerative fashion living lab, sponsorizzato da Brunello Cucinelli, che vuole creare catene di valore intervenendo sulle comunità dell’Himalaya, recuperando le tradizionali abilità artigianali e tessili per migliorare le economie locali del cashmere, cotone e seta. «Sempre di più, la moda sta investendo in progetti di agricoltura rigenerativa consapevole dell’impatto della filiera e del settore nell’ambiente», ha dichiarato a MFF Erika Andreetta, partner PwC Italia.
L’altra frontiera riguarda gli allevamenti, con precedenti significativi nel coccodrillo. Qui Hermés è un player di riferimento grazie alle concerie controllate attraverso la divisione Hcp-Hermès cuirs précieux e con la proprietà di allevamenti in Australia, nazione dove pure Lvmh ha investito nelle farm con la controllata Heng long leather. Così i big del lusso controllano tutto il ciclo di vita dei pellami più preziosi per le loro collezioni di accessori, preservando dall’allevamento la qualità del prodotto finito. Problemi come il livello qualitativo compromesso dai difetti legati alle condizioni di allevamento o ai danni in corso di macellazione sono spesso presenti nelle pelli bovine e ovicaprine, la maggior parte della produzione griffata. Di conseguenza, nel mondo conciario, c’è chi non esclude un futuro ingresso, almeno in quota, all’interno di società che operano a monte della filiera pelle. Qualcosa è già accaduto con Chanel che, dopo essersi assicurata nel 2018 la filiera dell’entrefino spagnolo con l’acquisizione di Colomer, da qualche mese, tramite la controllata Haas, è entrata nella nuova società Volfoni, dove sono presenti un’altra conceria (Volpi) e un commerciante di pellami (Campelli).
Ma in prospettiva si parla di investimenti ancora più a monte ovvero negli allevamenti bovini e ovini per sostenere un settore che in Europa, laddove i brand si approvvigionano dei pellami di fascia più alta, appare in forte difficoltà e in costante contrazione quantitativa. Accadrà davvero? «L’obiettivo di gestire l’intera filiera “from farm to store” è una prospettiva reale, ma limitata alle case di ultra lusso che già controllano la produzione e i materiali in alcune categorie, come nel caso di Hermès con il coccodrillo e Loro Piana con la vicuña», sostiene Andreetta. Aggiungendo che: «Quanto accaduto nel mondo del coccodrillo, con l'acquisizione di allevamenti da parte di alcuni gruppi di lusso, potrebbe essere un caso difficilmente ripetibile. La gestione diretta di settori come vitelli o ovini di fascia top richiederebbe una notevole complessità e risorse, fattori che potrebbero scoraggiare molti brand dal replicare questo modello». (riproduzione riservata)