BusinessArmani, gli analisti: «A un anno dalla scomparsa dello stilista, il gruppo può valere fino a 10 miliardi di euro»
La forchetta stimata da un pool di esperti per MFF si traduce in una cifra tra 750 milioni e 1,5 miliardi di euro per il 15% Questa la quota iniziale che sarà messa sul mercato come primo step dell’apertura del capitale
Una grande forchetta tra 5 e 10 miliardi di euro. A distanza di un anno dalla scomparsa del fondatore è questa la valutazione del gruppo Armani secondo un gruppo di analisti interrogati da MFF. Una valutazione che si distanzia di poco dalle stime tra i 6 e i 12 miliardi di euro circolate dodici mesi fa dopo la morte dell’imprenditore e stilista all’età di 91 anni. «Penso che oggi una valutazione del business Armani si potrebbe situare in una forchetta tra 5 e 10 miliardi di euro. Prenderei il punto intermedio come riferimento», osserva con MFF Luca Solca, senior analyst global luxury goods di Bernstein. Il range indicato non riflette naturalmente soltanto i multipli applicabili ai risultati correnti del gruppo, ma incorpora il valore dell’asset intangibile Armani e dei business sviluppati attraverso licenze e partnership, oltre al potenziale di crescita e alle sinergie per un eventuale acquirente strategico.
La stima di un altro gestore specializzato nel settore, invece, si colloca oggi «tra 6 e 7 miliardi di euro, compreso tutto. E ogni anno, secondo me, calerà un po’. Valori più alti implicano accordi particolari su altri fronti», spiega a MFF l’esperto. Con 1,99 miliardi di euro di patrimonio netto (-3%) e una posizione di cassa nell’ordine dei 500 milioni, il gruppo si presenta nel settore fashion & luxury come una realtà patrimonialmente solida con un fatturato diretto, seppur in calo del 4,6%, a 2,2 miliardi di euro. Comprendendo anche la quota proveniente dalle licenze, il totale sale a 4 miliardi e, sommando il valore dei capi venduti al retail, il giro d’affari complessivo generato dal marchio lungo la filiera supera quota 6 miliardi di euro. A cui si sommano partner e i licenziatari quali L’Oréal, che con il marchio Armani beauty genera circa 1,5 miliardi di euro di vendite secondo recenti stime di mercato, un valore che al prezzo retail è stimato raddoppi, ed EssilorLuxottica, che vende occhiali a marchio Armani per circa 400 milioni. Senza dimenticare il business hospitality, tra i ristoranti e la joint venture con Mohamed Alabbar per gli hotel e i resort a cinque stelle nel mondo.
«Questi sono tutti asset che giocheranno un ruolo cruciale quando verrà il momento di sedersi al tavolo delle trattative per stabilire il prezzo della società», spiega a MFF un investment banker che preferisce rimanere anonimo. E quel momento, almeno sulla carta, non è lontano. Il testamento di Giorgio Armani prevede infatti la cessione iniziale di una quota del 15% entro 18 mesi dall’apertura della successione, con la successiva possibilità di rilevare «un’ulteriore quota azionaria per un minimo pari al 30% e un massimo del 54,9%» nell’arco di tre-cinque anni. Lo stilista ha indicato come interlocutori prioritari i colossi Lvmh, L’Oréal ed EssilorLuxottica. Ad agosto alcune indiscrezioni di mercato hanno riferito che le trattative sono ancora in una fase iniziale e che la scadenza di marzo 2027 potrebbe essere superata. Secondo le fonti citate, le tempistiche indicate nel testamento non sarebbero vincolanti e gli eredi puntano a ottenere le migliori condizioni.
«Le sfide riguardano il consolidamento del nuovo assetto societario e la ripresa del lusso su scala globale. Non è da escludere un’eventuale futura ipo, dopo la cessione ai gruppi citati sopra, che porterebbe Armani a raccogliere capitali e investimenti direttamente dal mercato», aggiunge David Pascucci, market analyst di Xtb. La cessione del 15% sarà comunque il primo banco di prova. Una valutazione di 5 miliardi implicherebbe un assegno da 750 milioni di euro, mentre al punto mediano della forchetta indicata da Solca, ovvero 7,5 miliardi, poco superiore alla valutazione massima dell’esperto anonimo, la partecipazione avrebbe un valore di 1,125 miliardi. Nel caso più alto, quello di una valutazione da 10 miliardi, il 15% arriverebbe a valere 1,5 miliardi di euro. (riproduzione riservata)
Cresce l’attesa per il cda in agenda l’8 settembre
È martedì 8 settembre la data da segnarsi in agenda per i prossimi aggiornamenti finanziari del gruppo Armani. All’inizio della prossima settimana, infatti, il cda si riunirà per approvare i risultati del primo semestre 2026 che, secondo quanto anticipato il mese scorso da indiscrezioni di stampa, dovrebbe confermarsi in linea con l’andamento del primo bimestre dell’anno. Bimestre che, secondo quanto riportato ad aprile dall’amministratore delegato Giuseppe Marsocci al board della Fondazione Giorgio Armani, avrebbe registrato vendite nette in «declino del 7,5% a cambi correnti e del 3,9% a cambi costanti rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno». Il calo risultava allora «totalmente imputabile al mercato wholesale che è in flessione del 10,7% a cambi costanti laddove le vendite dirette aumentano del 3,5% a cambi costanti». I correttivi immediati avrebbero tuttavia generato risparmi di 25 milioni sui costi operativi. (riproduzione riservata)
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