SustainabilityA Pitti la moda green punta su circolarità, certificazioni e trasparenza
In occasione del talk sulle nuove frontiere del fashion sostenibile, arriva l’annuncio del ritorno a giugno del progetto S|style curato da Giorgia Cantarini e dedicato ai brand responsabili emergenti. Partner d’eccezione si conferma Kering Mil, con un focus sulla circularity
A Pitti uomo la moda sostenibile ha un ruolo di primo piano. E si fa portavoce di un dibattito sui temi di circolarità, certificazioni e trasparenza. A dimostrarlo è stato, nel giorno di apertura della kermesse, il «Green talk: frontiere della moda sostenibile» moderato dalla giornalista Giorgia Cantarini, anche curatrice di S|style sustainable style di Pitti immagine come piattaforma dedicata ai nuovi talenti del fashion responsabile. Che ha portato un dialogo inedito tra rising designer già protagonisti della passata edizione del progetto, come la founder Martina Boero della label di maglieria handmade Cavia, e i marchi del lusso con approccio etico, rappresentati da Herno e dal suo presidente Claudio Marenzi.
Per una conversazione che ha toccato anche il ruolo attivo degli istituti bancari, messo in luce da Patrizio Regis, Esg strategist di Unicredit. Nonché l’importanza di realtà di eccellenza come il Mil, acronimo di quel Material innovation lab dedicato all’approvvigionamento di tessuti e materiali sostenibili a disposizione delle maison di Kering, che è stato partner dello scorso S|style. E che lo sarà ancora a giugno 2024, come ha svelato Cantarini, affiancata da Christian Tubito, Kering Mil Italia director. «Il tema sarà incentrato sulla circolarità e selezioneremo altri 10 brand emergenti che riceveranno i materiali che sono i primi risultati del progetto Circular hub in collaborazione con Gucci», ha detto Tubito. «I marchi saranno esposti a tutto quello che è sostenibilità e circolarità per Kering, che non significa solo riciclo. Ma che tocca anche, per esempio, l’agricoltura rigenerativa».
Un pensiero condiviso da Marenzi che ha commentato: «Come produttori, saremo responsabili del fine vita dei nostri prodotti. Siamo chiamati a occuparci di ciò che deve essere riutilizzato e quindi prevede la sistemazione, il riciclo tramite lo smantellamento dei capi che pertanto richiedono a monte un eco-design con stilisti specializzati in progettazioni per facilitarne il processo, ad esempio attraverso modelli con unico materiale. E infine, la termovalorizzazione che deve azzerarsi, arrivando al 100% tra riciclo e riutilizzo. Per farlo, dobbiamo essere consorziati». Il talk ha affrontato sfide reali, sottolineando come la sustainability non possa prescindere da materie prime, processi semplici a basso impatto, oltre a una produzione di un numero limitato di capi. «Nel tessile c’è la maggior parte del merito, o non, sulla sostenibilità. Ed è da qui che si parte», ha accentuato Marenzi, che dal 2010 ha iniziato pionieristicamente a rendere green le sue aziende. E che crede in un percorso di sensibilizzazione fino «a far diventare la sostenibilità un non-tema, parte integrante di ogni aspetto dell’industry».
D’accordo Regis, che ha evidenziato come le banche dal guardare al merito creditizio, possono supportare ora le company di moda dialogando secondo un nuovo paradigma, quindi erogando finanziamenti anche in base al loro impegno verde. In questo Unicredit sostiene anche le imprese più piccole, come prova il programma Start lab di accompagnamento alla crescita. «Ogni anno valutiamo 700 start-up, finora 7400», ha commentato l’Esg strategist. «e le connettiamo al tessuto che possa fargli dare il massimo, collegandole a investitori e aziende più grandi che, a loro volta, necessitano proprio delle start-up per trovare l’innovazione eco di cui hanno bisogno».
Ma nella sua natura di percorso, la tutela ambientale e sociale da parte del sistema moda avrà sempre tematiche di dibattito e challenge su cui accendere i riflettori. «Kering ha conseguito un allineamento del 71% agli standard Kering, per il 2025 arriveremo al 100%. E dopo ci si porrà altre sfide. Nuove ricerche definiranno nuove frontiere», ha chiosato Tubito. Tutti gli ospiti, infine, si sono mostrati allineati sulla direzione che devono prendere trasparenza e certificazioni, per cui hanno evidenziato un grande margine di miglioramento. Tutto deve diventare più consistente, coinvolgendo i Paesi nei quali avviene la manifattura. E dalla discussione è emerso che se, da un lato, le certificazioni hanno un valore segnaletico molto forte, indicando la virtuosità di aziende «messe a nudo per farsi leggere da qualcun altro», dall’altro è auspicabile la nascita di enti certificatori pubblici, senza interazioni economiche «tra controllore e controllato». (riproduzione riservata)