I mercati azionari statunitensi chiudono il secondo trimestre con il piede sull’acceleratore, prolungando un rally primaverile che ha visto l’S&P 500 sfiorare nuovi massimi storici. A trainare la corsa, l’ottimismo su futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, il ridimensionamento dei rischi legati ai dazi commerciali e le prospettive di stimoli fiscali da parte del Congresso.
L’S&P 500, che venerdì 27 giugno ha chiuso a un livello record di 6.173 punti, viene ora scambiato 22,8 volte gli utili complessivi che le sue componenti dovrebbero generare nei prossimi 12 mesi.
Secondo dati di Goldman Sachs, si tratta di un livello storicamente elevato, superiore persino a quello del Nasdaq 100 e del Russell 2000.
Ma l’entusiasmo potrebbe scontrarsi presto con la realtà dei fondamentali. Con la stagione delle trimestrali in partenza il 15 luglio, JPMorgan Chase aprirà le danze e concentrerà la sua attenzione sulla capacità delle aziende di giustificare l’impennata dei prezzi azionari.
«Il mercato statunitense resta il leader globale, sostenuto da solidi utili, resilienza macroeconomica e un entusiasmo crescente per l’intelligenza artificiale», ha dichiarato Charu Chanana, chief investment strategist di Saxo Bank. «Tuttavia, con valutazioni così tirate, la stagione degli utili dovrà confermare il rimbalzo atteso nella seconda metà dell’anno. In caso contrario, i mercati potrebbero riconsiderare le proprie aspettative».
Secondo le stime di Lseg, gli utili aggregati delle aziende dell’S&P 500 nel secondo trimestre cresceranno del 5,9% su base annua, fino a 529 miliardi di dollari, un ritmo che però risulta inferiore rispetto al +10% registrato dall’indice da fine marzo. Inoltre, quasi la metà degli 11 settori dell’S&P 500 non dovrebbe mostrare alcuna crescita degli utili. L’82% dei guadagni attesi proverrà esclusivamente dai comparti dei servizi di comunicazione e della tecnologia.
Su base annua, la crescita degli utili stimata si attesta all’8,5%, in netto calo rispetto alle previsioni iniziali del 14%. Questo implica che le attuali valutazioni azionarie riflettono aspettative molto ambiziose, che potrebbero rivelarsi eccessive.
Louis Navellier, fondatore di Navellier Calculated Investing, sottolinea che «molti investitori stanno anticipando il ciclo di tagli della Fed e scontando il rischio geopolitico come marginale. Ma quando i mercati sono in fase toro, ci si pongono sempre meno domande».
Anche la volatilità sembra in letargo: l’indice VIX si attesta a 17,07, segnalando aspettative di movimenti giornalieri limitati per l’S&P 500, ben lontani dai picchi di aprile. Intanto, il premio per il rischio azionario, cioè il rendimento extra atteso rispetto ai titoli di Stato, è sceso al 2,4%, il livello più basso dagli inizi degli anni 2000, secondo WisdomTree.
Per Clark Bellin, presidente e cio di Bellwether Wealth, la calma dei mercati non è necessariamente motivo di preoccupazione. «Il fatto che l’indice tocchi nuovi massimi non implica automaticamente un’imminente correzione. Spesso, i nuovi massimi tendono a generare ulteriori rialzi. Tuttavia, è probabile che la volatilità torni prima o poi».
La vera sfida per la seconda metà del 2025? Secondo Bellin, riguarda come allocare la nuova liquidità, soprattutto per chi è rimasto alla finestra durante la correzione di aprile. (riproduzione riservata)