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Angelo De Mattia

Ucraina, perché il destino degli asset russi congelati può mettere a rischio la fiducia nell’euro

17 ottobre 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:03

A Roma si cerca una via d’uscita sul contributo delle banche alla manovra, tra ipotesi di affrancamento e rischio boomerang tecnico-giuridico. In Europa, invece, si valuta un prestito per Kiev garantito dai beni russi congelati, idea che divide partner e BCE per timori sulla fiducia nell’euro e sulla tenuta giuridica dell’operazione

Roma e Bruxelles: nella prima il governo sta esaminando, in funzione del Consiglio dei ministri che si potrebbe riunire oggi o al più tardi lunedì prossimo, le modalità dell'ormai famoso contributo delle banche alla manovra di bilancio.

La questione degli extra profitti

E qui si incontra lo scoglio dell'insostenibile ipotesi dell'affrancamento, con il pagamento di una tassa intorno al 27%, della quota di utili in passato imputata a patrimonio in alternativa a una tassazione secondo una configurazione come extra profitti.

È quella che i giuristi potrebbero ritenere una contradictio in adiecto: in questo caso una facoltà prima concessa che si tramuta in un obbligo di smobilizzo previa tassazione, incidendo sulla discrezionalità della formazione del bilancio con un andirivieni sempre intorno ai cosiddetti extra profitti, che, non nominati, rappresentano il convitato di pietra.

Ci si deve chiedere: posta l'opportunità di un contributo anche per ragioni di equità e solidarietà, come è possibile che ci si dibatta con acrobazie degne di miglior causa in un pantano di contraddizioni da cui emerge anche una inadeguata capacità tecnica? Come non pensare ai boomerang? È sperabile che alla fine si affermi una condizione di lucidità.

I beni russi congelati

A Bruxelles invece Unione Europea e Nato valutano come concorrere alle spese per la difesa, nell'ambito del 5% del pil dei partner comunitari entro il 2035, come contribuire all'ormai noto progetto della costruzione di un muro di droni entro il 2030 e, soprattutto, come sostenere ora l'Ucraina. A questo punto ritorna in ballo la questione dell'utilizzo degli asset russi depositati in Europa e congelati, in applicazione delle sanzioni irrogate alla Russia. Le cifre di questi beni prese in considerazione oscillano, in euro, tra 140, 170 e 200 miliardi.

Non si ritiene giustamente praticabile la confisca degli asset in questione. Allora, come da ultimo ha proposto il cancelliere tedesco Friedrich Merz riferendosi a 140 miliardi, si pensa a un prestito.

Un prestito per l’Ucraina

L'idea con varie diramazioni sarebbe quella di emettere per l'Ucraina un prestito dell'Unione garantito da questi beni e dai partner europei. A conflitto terminato, i beni stessi entrerebbero a far parte dei rimborsi dei danni di guerra subiti dall'Ucraina.

Le tecnicalità sono diverse ma muovono tutte dal punctum dolens dell'utilizzo o direttamente o come garanzia delle predette risorse, cosa che rende dubbiosa la Bce, la quale a ragione teme si riduca, con una soluzione tecnicamente e politicamente claudicante, la fiducia degli investitori esteri nell'Unione e si danneggi l'affidabilità dell'euro.

Anche il Belgio, per non infondate considerazioni innanzitutto sul piano giuridico, non condivide la soluzione prospettata. La stessa accennata prospettiva del rientro degli asset nelle riparazioni post-belliche è abbastanza indeterminata, anche alla luce di quel che è accaduto in casi precedenti, in occasione della fine di grandi conflitti.

L’iniziativa diplomatica è assente

Si potrebbe dire che si è in presenza di un'impasse, superabile solo nella consapevolezza dei rischi e del raffronto tra costi e benefici in senso lato.

Ma quel che risalta è che si continua a incentrare la riflessione, a livello istituzionale, prevalentemente su aspetti riguardanti la difesa dell'Ucraina, ma non si sfiora neppure la valutazione di un’iniziativa diplomatica seria per concorrere alla cessazione del fuoco: ricerca di dubbio fondamento delle risorse, da un lato, e assenza di un primario ruolo della politica che dovrebbe essere proprio anche dell'Unione, dall'altro.

L'irrilevanza, misurata nella guerra in Palestina, si ripropone in forme diverse per il conflitto in Ucraina. I fini sembrano scomparire e ciò accade, sia pure con dimensioni e contenuti ben diversi, anche in Italia con l'arrovellamento sul contributo delle banche, senza considerare le esigenze di ragionevolezza e proporzionalità. Oggi sarà un altro giorno, questa volta con una soluzione adeguata e condivisa? (riproduzione riservata)



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