Siamo alla terza puntata della telenovela delle dimissioni anticipate, rispetto alla scadenze del mandato il 31 ottobre, della presidente della Bce, Christine Lagarde.
Questa, una prima volta, inquadrava la prospettata decisione nel programma per la partecipazione alle elezione presidenziale in Francia, poi ridimensionava le finalità delle dimissioni a un contributo di carattere europeo alle votazioni (non una candidatura), infine la terza puntata, la candidatura alla presidenza del World Economic Forum. Ne ha dato notizia il giornale svizzero Neue Zuercher Zeitung, dopo che Bloomberg aveva fornito altre informazioni al riguardo. A seguito dell'uscita del fondatore Klaus Schwab nel 2025, ora il Forum è diretto, verosimilmente in via transitoria, dal capo di BlackRock, Larry Fink. All'offerta della candidatura in questione la Lagarde si è dichiarata, come riportano le cronache non smentite, «pronta a servire». In relazione a ciò, la data dell'eventuale abbandono della presidenza della Bce, in un primo momento ipotizzata nella primavera, potrebbe essere anticipata a dopo il Forum di consueto tenuto a gennaio a Davos.
Alle incertezze che riguardano l'economia a livello internazionale ed europeo, spesso giustamente esaminate dalla presidente, si aggiunge quella del suo futuro, non superata dal fatto che ella ha dichiarato di non voler abbandonare la nave in tempesta, perché poi occorrerà capire quando si tratterà di una effettiva tempesta. Sta di fatto, comunque, che una delle maggiori istituzioni europee ha una presidente con un piede dentro e un altro fuori, disposta a passare attraverso la porta girevole.
Quanto ciò faccia bene all'Istituzione, al cui vertice è stata finora per sette anni, è impossibile dire. Intanto, madame Lagarde non parteciperà, salvo ripensamenti, all'annuale Symposium americano di Jackson Hole nel quale intervengono quest'anno dal 27 al 29 agosto, primari banchieri centrali, a cominciare dallo statunitense Kevin Warsh, il cui intervento è molto atteso, innanzitutto per dedurre quale potrà essere l'orientamento in materia di tassi di riferimento che sarà tenuto nella riunione del 15 e 16 del prossimo settembre.
Parteciperà, invece, la tedesca Isabel Schnabel, componente dell'esecutivo dell’Istituto, nota per le posizioni rigoriste. Un'occasione importante, attraverso la quale sono spesso passati orientamenti e previsioni poi ampiamente affermatisi, che viene trascurata da chi presiede la seconda Banca centrale del mondo.
È una situazione che non può durare, mentre «non si è ancora» e si rischia di «non essere più». Per giunta, questa situazione, che finisce per collocare la presidente «tra color che son sospesi», sta alimentando una campagna per ora non plateale, ma effettiva per la successione.
Sicché c'è una presidente della quale non si sa se e quanto resti in carica e alcuni banchieri che già si schierano o vengono schierati per la successione, per di più restringendo la rosa a Spagna, Olanda e Germania: in quest'ultimo caso, nell'oblio dello storico patto Mitterrand-Kohl secondo il quale la Bce avrebbe avuto sede a Francoforte, ma mai un tedesco ne sarebbe diventato presidente.
Uno chiffon de papier, anziché pacta sunt servanda? Torniamo al punto di partenza: fare assoluta chiarezza è diventato un imperativo. La telenovela deve concludersi nell'interesse superiore della Bce e dell'Unione. (riproduzione riservata)