Il settore bancario vive una trasformazione strutturale che va oltre la robusta performance borsistica degli ultimi cinque anni. L’ondata di promozioni dei meriti di credito, arrivata dalle agenzie di rating l’anno scorso, segnala infatti che le banche si stanno finanziando a costi inferiori lungo tutta la catena del capitale. Capitale robusto, capacità di finanziamento a breve, redditività: ci sono tutte le condizioni per un’accelerazione del consolidamento bancario.
Al di là della mera dimensione, il consolidamento sbloccherebbe investimenti significativi in tecnologia, compresi quelli nell’intelligenza artificiale per il rischio di credito, l’individuazione delle frodi e i servizi personalizzati, ambiti in cui istituti nazionali frammentati spesso restano indietro a causa di risorse limitate. Rafforzerebbe inoltre il ruolo del settore nel finanziamento delle priorità strategiche dell’Europa, dal Green Deal alle infrastrutture digitali, migliorando al contempo l’efficienza complessiva e riducendo il costo del capitale per l’economia reale.
Ma le fusioni e acquisizioni transfrontaliere oggi in Europa devono affrontare ostacoli concreti, che vanno dalle misure regolamentarie di ring fencing alle sensibilità politiche, fino alle sfide legate all’integrazione culturale. In questo senso, particolarmente significativo appare il confronto con il sistema bancario statunitense degli anni 90, fortemente frammentato in migliaia di piccoli istituti locali. Il McFadden Act del 1927 vietava infatti l’apertura di filiali in Stati diversi dal proprio e le leggi statali presentavano notevoli differenze l’una rispetto all’altra.
Due leggi fondamentali cambiarono tutto durante la presidenza di Bill Clinton, dopo un’intensa attività di lobbying da parte di Hugh McColl (ceo della futura Bank of America) e di John Reed e Sandy Weil (primo co-ceo di Citigroup): nel 1994 il Riegle-Neal Interstate Banking and Branching Efficiency Act, che eliminò le restrizioni sulle acquisizioni bancarie interstatali e sull’apertura di filiali e, nel 1999, il Gramm-Leach-Bliley Act, che rese possibili le fusioni tra banche commerciali, banche d’investimento e compagnie assicurative.
Queste riforme innescarono un’ondata di consolidamento, dando vita a colossi nazionali come Jp Morgan Chase, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo. Il risultato: un numero minore di istituzioni, ma più grandi, più efficienti e dotate delle dimensioni necessarie per competere a livello globale.
In Europa ci troviamo in una situazione in qualche modo simile a quella degli Stati Uniti prima del 1994: frammentazione dovuta a norme nazionali divergenti a livello di tassazione, assicurazione dei depositi, opzioni di regolamentazione bancaria. Con l’Unione bancaria e gli sforzi di armonizzazione (il meccanismo di vigilanza unico, per esempio), ci stiamo muovendo verso una sorta di «Legge Riegle-Neal europea». Se portiamo l’armonizzazione un passo oltre (European Deposit Insurance Scheme, eliminazione delle opzioni regolamentari nazionali, libera circolazione di capitali e liquidità), potremo accelerare il consolidamento e creare veri e propri campioni europei.
Il punto di arrivo potrebbe essere il modello australiano: le Big Four australiane (Cba, Westpac, Nab, Anz) dominano il mercato sotto la prudente supervisione dell’Apra, in linea con l’approccio della Bce. Hanno superato la crisi finanziaria globale dimostrando resilienza grazie a pratiche conservative e a una solida base patrimoniale, generando rendimenti elevati e valore per gli azionisti. In Europa, il recente aumento dell’attività di m&a, con picchi transfrontalieri e valori record delle operazioni nel 2025, unito alla solida base patrimoniale delle banche, crea nuove opportunità. Con coraggio politico e un’ulteriore armonizzazione l’Europa può costruire un settore meno frammentato, competitivo e attraente per gli investitori. I parallelismi con il consolidamento statunitense degli anni 90 e il modello australiano indicano una via da seguire. (riproduzione riservata)
*cio di Axiom
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