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L’Italia è un Paese che si boicotta da solo
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L’Italia è un Paese che si boicotta da solo

di Thomas Avolio*
21 agosto 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 06:58

La dipendenza dal settore pubblico limita le tutele per le imprese che vogliono espandersi all’estero, ma presto il ricambio generazionale rimescolerà le carte in tavola

Credo che l’Italia abbia un problema strutturale, dovuto a quella che sembra una naturale diffidenza culturale verso l’imprenditoria privata di successo. Spesso il nostro sistema economico tende a frenare l'iniziativa privata anziché valorizzarla, a causa di una burocrazia complessa e di mercati del lavoro molto rigidi.

Rispetto agli altri Paesi mancano tutele per le imprese

Confrontando la nostra situazione con quella di altri Paesi europei, si nota una forte dipendenza dal settore pubblico e una mancanza di tutele istituzionali per le imprese che vogliono espandersi all'estero, insieme a una mancanza di investimenti validi. Questo spinge, purtroppo, molti grandi gruppi familiari con imprese dall’elevato potenziale a trasferire la residenza fiscale altrove. Credo occorra oggi un cambio di mentalità: lo sviluppo del privato non va visto con diffidenza, ma come una risorsa fondamentale per la crescita di tutto il Paese.

Le grandi aziende italiane sono quasi tutte parastatali. Non è un caso, è il risultato di un sistema che non ha investito a sufficienza per creare le condizioni perché il privato prosperasse davvero. Non mi riferisco solo alle tasse, che in Paesi come Francia o Germania non sono poi tanto differenti, ma proprio all’ambiente: i fondi più grandi sono quelli pubblici - Cdp, Fondo Italiano - e le iniziative private vengono piuttosto soffocate.

L’importanza del passaggio generazionale

Eppure, qualcosa si muove. Nei prossimi dieci anni, l’Italia si troverà ad affrontare una delle più grandi trasformazioni silenziose della sua economia: il passaggio generazionale delle pmi. Il nostro è un Paese vecchio, costruito su aziende fondate da una generazione che le ha vissute come un’estensione della famiglia, come un patrimonio da custodire, non come uno strumento da far crescere.

Ora i figli rientrano. Hanno studiato all’estero, dove non hanno imparato a essere migliori, ma a ragionare in modo diverso, più dinamico. Vedono l’azienda come qualcosa che può essere accorpato, diviso, venduto, ricostituito. Non è tradimento: è evoluzione. Questo significa che nei prossimi anni vedremo un’ondata di m&a, di private equity impegnato a traghettare le aziende verso dimensioni più competitive, e di conseguenti ipo, non appena le masse critiche raggiunte giustificheranno l’ingresso nei mercati quotati. È una finestra. Ma le finestre si chiudono.

Tre direttrici da seguire

Se vogliamo che questa trasformazione produca davvero valore servono regole e incentivi concreti.

Tre direttrici che reputo importanti da seguire sono:

- Azzerare il capital gain sull’equity italiana. Gli italiani non investono nelle nostre aziende perché mancano gli incentivi. Per sbloccare decenni di capitali fermi serve una scelta politica coraggiosa: tagliare la tassazione sul capital gain dell’equity italiana dal 26% al 12,5%, equiparandola a quella dei Btp.

- Il modello 401(k) adattato all’Italia. L’idea è semplice: incentivare lavoratori e aziende a investire nei mercati tramite la previdenza. Con la logica del «raddoppio» aziendale (stile 401k Usa), l’Italia creerebbe un potente motore di risparmio privato, favorendo la crescita economica e offrendo agevolazioni fiscali a chi investe nel mercato nazionale.

- I fondi pensione devono investire in Italia. In Italia i fondi pensione sono un paradosso: drenano ogni mese miliardi, ma li investono quasi tutti all'estero. Basterebbe una quota minima per sostenere le pmi. (riproduzione riservata)

*principal di RedFish Capital



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