Credo che l’Italia abbia un problema strutturale, dovuto a quella che sembra una naturale diffidenza culturale verso l’imprenditoria privata di successo. Spesso il nostro sistema economico tende a frenare l'iniziativa privata anziché valorizzarla, a causa di una burocrazia complessa e di mercati del lavoro molto rigidi.
Confrontando la nostra situazione con quella di altri Paesi europei, si nota una forte dipendenza dal settore pubblico e una mancanza di tutele istituzionali per le imprese che vogliono espandersi all'estero, insieme a una mancanza di investimenti validi. Questo spinge, purtroppo, molti grandi gruppi familiari con imprese dall’elevato potenziale a trasferire la residenza fiscale altrove. Credo occorra oggi un cambio di mentalità: lo sviluppo del privato non va visto con diffidenza, ma come una risorsa fondamentale per la crescita di tutto il Paese.
Le grandi aziende italiane sono quasi tutte parastatali. Non è un caso, è il risultato di un sistema che non ha investito a sufficienza per creare le condizioni perché il privato prosperasse davvero. Non mi riferisco solo alle tasse, che in Paesi come Francia o Germania non sono poi tanto differenti, ma proprio all’ambiente: i fondi più grandi sono quelli pubblici - Cdp, Fondo Italiano - e le iniziative private vengono piuttosto soffocate.
Eppure, qualcosa si muove. Nei prossimi dieci anni, l’Italia si troverà ad affrontare una delle più grandi trasformazioni silenziose della sua economia: il passaggio generazionale delle pmi. Il nostro è un Paese vecchio, costruito su aziende fondate da una generazione che le ha vissute come un’estensione della famiglia, come un patrimonio da custodire, non come uno strumento da far crescere.
Ora i figli rientrano. Hanno studiato all’estero, dove non hanno imparato a essere migliori, ma a ragionare in modo diverso, più dinamico. Vedono l’azienda come qualcosa che può essere accorpato, diviso, venduto, ricostituito. Non è tradimento: è evoluzione. Questo significa che nei prossimi anni vedremo un’ondata di m&a, di private equity impegnato a traghettare le aziende verso dimensioni più competitive, e di conseguenti ipo, non appena le masse critiche raggiunte giustificheranno l’ingresso nei mercati quotati. È una finestra. Ma le finestre si chiudono.
Se vogliamo che questa trasformazione produca davvero valore servono regole e incentivi concreti.
Tre direttrici che reputo importanti da seguire sono:
- Azzerare il capital gain sull’equity italiana. Gli italiani non investono nelle nostre aziende perché mancano gli incentivi. Per sbloccare decenni di capitali fermi serve una scelta politica coraggiosa: tagliare la tassazione sul capital gain dell’equity italiana dal 26% al 12,5%, equiparandola a quella dei Btp.
- Il modello 401(k) adattato all’Italia. L’idea è semplice: incentivare lavoratori e aziende a investire nei mercati tramite la previdenza. Con la logica del «raddoppio» aziendale (stile 401k Usa), l’Italia creerebbe un potente motore di risparmio privato, favorendo la crescita economica e offrendo agevolazioni fiscali a chi investe nel mercato nazionale.
- I fondi pensione devono investire in Italia. In Italia i fondi pensione sono un paradosso: drenano ogni mese miliardi, ma li investono quasi tutti all'estero. Basterebbe una quota minima per sostenere le pmi. (riproduzione riservata)
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