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Giorgia Meloni
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I partiti all’assalto per far salire la manovra a 40 miliardi

di Marco Rogari
24 agosto 2026, 19:00 Ultimo aggiornamento: 19:14

Il 22 settembre l'Istat potrebbe rivedere al ribasso il rapporto deficit/pil 2025, cosa che comporterebbe l'uscita dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo

Nel calendario di Palazzo Chigi e del ministero dell’Economia che indica le tappe verso il varo della prossima manovra economica c’è una data cerchiata in rosso: è quella del 22 settembre, quando arriverà il responso dell’Istat sull’eventuale revisione al ribasso dal 3,1% al 3, se non al 2,9%, del rapporto deficit/pil 2025. Una revisione sulla quale a via XX Settembre si confida molto, grazie al certosino lavoro di verifica dell’Agenzia delle entrate sull’ultima fase di extracosti del Superbonus, perché si tradurrebbe in un’uscita già quest’anno dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo, vincolata in ogni caso al via libera di Bruxelles che arriverebbe a ottobre.

Senza il fardello della procedura Ue di fatto si amplierebbe il raggio di azione della manovra, visto che verrebbe esclusa dal calcolo del rapporto deficit/pil la flessibilità (agganciata alla clausola di salvaguardia nazionale) concessa per molte spese destinate all’energia e alla difesa: in tutto circa 36 miliardi per il prossimo triennio, di cui almeno 14-15 nel 2027. Ma questa flessibilità concorrerebbe a coprire solo in parte il conto legato ai costi delle richieste dei partiti e degli obiettivi considerati imprescindibili dal governo in chiave preelettorale, che già oscilla tra i 20 e i 25 miliardi per il 2027. E che amplierebbero la portata della legge di bilancio a non meno di 35-40 miliardi.

Le intenzioni del governo 

Giorgia Meloni punta anzitutto a un nuovo taglio dell’Irpef facendo scendere dal 43 al 33% l’aliquota per i redditi nella fascia compresa tra i 50mila e i 60mila euro: il costo sarebbe di 2,5 a 3 miliardi.

Sempre il governo sta valutando l’allestimento di un piano energia per sostenere famiglie e imprese, che potrebbe scattare in autunno e che si prolungherebbe agli anni successivi, per un impatto complessivo fino a 5-7 miliardi, contando per un’ampia fetta sulla flessibilità Ue. In manovra sarà anche inserito un “pacchetto lavoro” da 2-2,5 miliardi, per prorogare la detassazione dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro e a rafforzare gli incentivi legati alla produttività e al lavoro stabile.

Altri 5 miliardi sono stati chiesti dal ministro Paolo Zangrillo per la sanità, e altrettanti potrebbero esserne necessari per cantieri stradali e ferroviari e per la Zes unica al Sud.

Dal fronte dei partiti

Sul fronte dei partiti, la Lega spinge per interventi previdenziali da 1,5 a 3 miliardi, a cominciare dal rinvio dell’adeguamento di un mese dei requisiti pensionistici alla speranza vita previsto nel 2027. Anche Fi ha i suoi cavalli di battaglia, come la detassazione (pure in versione soft) delle tredicesime e la parziale abolizione del bollo auto, che potrebbero pesare per 2,5-3,5 miliardi. Tra gli 1 e i 2 miliardi servirebbero per la flat tax incrementale per le partite Iva e l’aumento delle pensioni minime.

Da Noi Moderati arrivano richieste da 0,7 a 1,3 miliardi, come l’aumento delle detrazioni per le spese scolastiche e dei contributi per gli istituti paritari. C’è poi il capitolo del previsto taglio nel 2027 dei bonus edilizi, che molti nel centrodestra vorrebbero almeno parzialmente alleggerire recuperando tra i 500 milioni e il miliardo. Al conto della manovra ci sono da aggiungere 1-1,5 miliardi di spese cosiddette «indifferibili» e la dote per la difesa, che verrebbe però quasi in toto garantita dalla flessibilità Ue. Una lunga lista della spesa, quella dei partiti. Che dovrà essere sfrondata. Anche perché Bruxelles non transigerà sul percorso di riduzione del debito, che ad aprile il governo aveva indicato in calo dal 138,6% del pil nel 2026 al 138,5% nel 207 e al 137,9% nel 2028. (riproduzione riservata)



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