Il Fmi lancia l’allarme sull’aumento degli squilibri nel commercio globale dovuti alle politiche (opposte) di Cina e Usa. «Grandi squilibri possono risolversi bruscamente attraverso inversioni dei flussi di capitale, correzioni dei prezzi degli asset e una crescita più debole, imponendo costi significativi», ha osservato l’ultimo rapporto sul tema del Fondo che ha invitato le maggiori economie globali ad «azioni simultanee» per ridurre gli squilibri.
La materia è finita negli ultimi mesi anche sul tavolo del G7. Ma appaiono lontane soluzioni, vista la distanza tra le due maggiori potenze globali.
Secondo i dati del Fmi, per la Cina il surplus delle partite correnti (ovvero la differenza tra entrate e uscite verso l’estero) è aumentato di circa 300 miliardi di dollari nel 2025, il maggiore incremento dal 2000, raggiungendo circa lo 0,6% del pil mondiale. Il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti si è ridotto di 69 miliardi di dollari, ma il saldo è rimasto di gran lunga il più elevato al mondo, pari allo 0,9% del pil globale, un livello superiore ai surplus combinati di Cina e area euro.
Il Fmi ha rilevato che in Cina il risparmio privato resta elevato a causa di un sistema di protezione sociale debole che spinge le famiglie a essere prudenti, anche se il recente aumento dell’avanzo è dovuto soprattutto alla contrazione degli investimenti. Negli Stati Uniti l’ampio disavanzo riflette un tasso di risparmio basso e un deficit pubblico ingente. Nell’area euro l’avanzo è connesso a investimenti deboli e a una bassa crescita della produttività.
I numeri mostrano che i dazi del presidente Usa Donald Trump non sono serviti a ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti che si è semplicemente distribuito tra diverse aree geografiche. La forte riduzione dell’import dalla Cina è stata così accompagnata da un aumento degli acquisti Usa dal resto del mondo.
Un nuovo punto di scontro è emerso riguardo all’Iran: Washington ha minacciato anche Pechino sugli scambi con Teheran, ma la Cina (che compra il 90% del petrolio iraniano) ha fatto sapere che risponderà a eventuali limitazioni rivolte alle aziende nazionali.
Gli squilibri sono un pericolo per tutti i Paesi. In Cina la crescita economica è vulnerabile perché legata alla capacità dell’export di assorbire la produzione domestica in eccesso. Gli Usa dipendono in misura rilevante dai capitali esteri e pagherebbero un calo della fiducia sugli asset domestici, come si è visto negli ultimi giorni con il rialzo dei tassi a 10 e 30 anni. L’area euro è molto esposta ai titoli Usa e alla concorrenza delle merci cinesi.
Un riequilibrio duraturo richiede interventi nei Paesi in surplus e in deficit. Nelle aree in surplus, osserva il Fmi, «riforme strutturali durature e orientate al mercato possono stimolare la domanda interna insufficiente e migliorare le prospettive di crescita a medio termine».
Nei Paesi in deficit, invece, «un adeguato risanamento nei conti pubblici può contribuire a ricostituire le riserve di bilancio e ad aumentare il risparmio». Rimane però «fondamentale» secondo il Fondo «una cooperazione internazionale pragmatica per sostenere la crescita globale e mitigare le ricadute tra i vari Paesi».
La risposta migliore agli elevati squilibri, per il Fmi, è così un’azione simultanea da parte delle principali economie mondiali. Per esempio una maggiore domanda interna nelle economie in surplus compenserebbe l’effetto frenante sulla crescita derivante dal consolidamento fiscale e dal maggiore risparmio nelle aree in deficit.
Tra un mese Trump e Xi si incontreranno a Washington. Un accordo in ambito commerciale resta lontano, ancora di più dopo le ultime divisioni sull’Iran.
Se l’attuale scenario sarà confermato, secondo il Fmi gli squilibri «potrebbero crescere ulteriormente», aumentando il rischio di un «aggiustamento molto più dirompente in futuro». (riproduzione riservata)