Il risiko bancario italiano sta producendo una curiosa competizione tra cocktail.
Se, dopo l’ops di Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca, andassero in porto anche le altre operazioni deliberate a maggioranza del consiglio d’amministrazione, Rocca Salimbeni finirebbe per definire con il suo «super vintage» il sapore di non più del 20% del bicchiere servito. Il resto del contenuto, ben più corposo, sarebbe costituito dagli altri ingredienti della costruzione: Banco Bpm, Mediobanca e Banca Generali, quest’ultima come esaltatore di sapore di una strategia sempre più centrata sul wealth management.
Eppure il cocktail continuerebbe a chiamarsi Mps (ticket di mercato) anche se Mps, a quel punto, non ne sarebbe più il gusto dominante.
L’attenzione allora si sposta sul barman: su chi prende gli ingredienti, li miscela e presenta il cocktail al bancone. Con un’abilità fin qui dimostrata particolarmente significativa.
Gli ingredienti che all’inizio del risiko valevano complessivamente nell’ordine dei 35 miliardi, ai valori impliciti di oggi vengono proposti intorno ai 70 miliardi. Potere della mixology: stessi ingredienti, prezzo sostanzialmente raddoppiato. Diversamente, se l’offerta di Intesa Sanpaolo su Bpm si concretizzasse, il gusto prevalente coinciderebbe con il nome scritto sul bicchiere (azione Intesa).
Ma siamo di fronte a barman di lungo corso. Mps, nel proporre la sua ultima operazione, si cimenta persino in un «in-out» avente a oggetto una parte delle azioni Generali. Intesa, consapevole che tutto non possa essere contenuto in un unico bicchierone per ragioni di antutrust, è già pronta a distribuire l’eccesso di Mps travasandolo in un bicchiere Unipol sapientemente pre-allineato sul bancone.
Ma mentre tutti guardano incantati gli shaker, le bottiglie e le scenografiche acrobazie dei barman in competizione tra loro, dalla porta di Piazza Affari escono in silenzio le imprese industriali.
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Come se nello stesso bar si riducessero drasticamente tartine, stuzzichini e tramezzini disponibili sul bancone. Circa 16-17 miliardi di euro di imprese italiane sono stati delistati o sono in corso di delisting nello stesso periodo identificato dall’avvio del carosello bancario a oggi.
Le dinamiche sono assai diverse: arriva un compratore che paga cash, ritira l’impresa dal mercato e la porta altrove. Operazioni rese molto interessanti per i takeoveristi dalle contenutissime valutazioni di mercato di molte piccole e medie imprese a dispetto dei loro fondamentali assai solidi, ma che finiscono per alimentare consolidamenti e filiere che, ahimè, sempre più frequentemente non sono più nazionali né condivisibili sui listini italiani od europei.
Così, mentre la finanza italiana perfeziona l’arte della mixology concentrandosi sul settore bancario e scopre quanto possano rivalutarsi gli ingredienti una volta combinati nello shaker, il bancone di Piazza Affari rischia di diventare sempre più ricco di cocktail finanziari e sempre più povero di pietanze industriali.
Il drink è servito: resta da capire chi porterà qualcosa da mangiare, per evitare che il carosello di cocktail, bevuti a stomaco vuoto, finisca per farci perdere lucidità e alleggerirci il portafoglio.
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