Mentre il Congresso è alle prese con l’approvazione del complesso disegno di legge («beautiful bill») sul rinnovo del quadro fiscale promosso dal presidente Donald Trump, un passaggio poco noto fino ad oggi del progetto legge allarma investitori e analisti. Si tratta della Sezione 899, una misura giudicata potenzialmente dirompente, pensata per penalizzare i soggetti — individui e aziende — residenti in Paesi le cui politiche fiscali siano ritenute «discriminatorie» verso gli Stati Uniti.
La norma, ribattezzata da alcuni come la «revenge tax», prevede l’aumento delle imposte federali su redditi passivi statunitensi (interessi, dividendi, royalties) percepiti da soggetti esteri, fino al 20% in più rispetto all’aliquota standard. Il meccanismo scatterebbe progressivamente, con un primo incremento di 5 punti percentuali e aumenti successivi annuali.
Nel mirino ci sono paesi come Regno Unito, Francia, Canada e Australia, che applicano tasse sui servizi digitali ai colossi tech Usa come Meta o Google, oppure che aderiscono a iniziative su un'imposta minima globale sui profitti societari.
La risposta dei mercati, per ora contenuta, rischia di inasprirsi. Secondo gli analisti di Deutsche Bank, la Sezione 899 rappresenta una «legalizzazione della guerra dei capitali», che mina la natura aperta dei mercati finanziari americani e utilizza il sistema fiscale come strumento di pressione geopolitica.
«È un chiaro segnale che gli Usa sono pronti a passare da una guerra commerciale a una guerra finanziaria», ha scritto Deutsche Bank in un report.
Anche gli analisti di Morgan Stanley e Axa segnalano che la norma potrebbe indebolire il dollaro, spingere al rialzo i rendimenti obbligazionari a lungo termine e scoraggiare gli investimenti in asset Usa proprio in un momento in cui il Tesoro ha bisogno di forti afflussi esterni per finanziare il deficit. Michael Brown, strategist di Pepperstone, parla di forti preoccupazioni tra i clienti internazionali: «Stiamo parlando di misure che riducono l’attrattiva dei Treasury e di altri strumenti statunitensi proprio mentre il mercato li percepisce già come meno sicuri».
La misura trova ampi consensi tra i Repubblicani, e secondo quanto riferisce Bloomberg, rappresenta un tentativo dell’amministrazione Trump di sostenere i tagli fiscali contenuti nel disegno di legge dopo che una corte federale ha temporaneamente bloccato l’imposizione dei dazi (ma la corte d’appello li ha immediatamente ripristinati).
La filosofia dietro la Sezione 899 è in linea con le proposte avanzate lo scorso novembre dall’economista Stephen Miran — ora a capo del Consiglio dei Consulenti Economici della Casa Bianca — che suggeriva di applicare «commissioni d’uso» agli investitori esteri per riequilibrare il dollaro e colmare gli squilibri commerciali globali.
Il mercato ha già iniziato ad essere cauto verso gli asset americani. L’S&P 500 è salito appena dello 0,4% da inizio anno, contro un +20% dell’indice tedesco e un +18% di Hong Kong. Il Bloomberg Dollar Index ha perso il 7%, e i Treasury hanno reso il 2%, contro il +5% dei bond globali.
Secondo Signum Global Advisors, la misura ha buone probabilità di restare nel testo finale della legge, nonostante i timori di fuga di capitali, perché l’amministrazione Trump ritiene che l’appetito estero per gli asset Usa sia «così forte da non essere a rischio».
Ma il rischio è reale, avvertono gli analisti: «Solo ora che la polvere si sta posando, gli investitori iniziano a capire quanto si nasconde sotto la superficie di questo disegno di legge». conclude Brown. «E la Sezione 899 è certamente una delle parti più pericolose». (riproduzione riservata)